I VOLTI del mistero. Non si poteva scegliere titolo più giusto per ribattezzare in una stessa definizione ì due antichi cimeli, esposti fino al 20 marzo, nella sale delle Bandiere del Quirinale. Una mostra gratuita (aperta tutti i giorni senza prenotazione dalle 9 alle 12 e dalle 16 alle 19, e la domenica dalle 8,30 alle 12) voluta dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi che ieri l'ha inaugurata insieme al ministro Giuliano Urbani e all'ambasciatore del Perù Harold Forsyth, per rendere omaggio al prezioso e spesso oscuro lavoro dei Carabinieri del Nucleo per la tutela del patrimonio artistico che hanno recuperato i due reperti trafugati da scavi clandestini. Già, perché la chiave che collega queste due maschere provenienti da due civiltà diversissime e così distanti nello Spazio e nel tempo, che ora abbagliano i visitatori sotto due teche affiancate, quella di un doppio mistero. L'incertezza sulla loro storia, ormai difficilmente penetrabile perché i tombaroli che li hanno sottratti al loro secolare letargo si sono lasciati terra bruciata alle spalle. E gli enigmi della loro funzione rituale che ripercorre i sentieri oscuri della divinità e della morte. Apparentemente più vicino alla nostra sensibilità e al nostro gusto il volto d'avorio, ritrovato e sottratto insieme ad altri frammenti dello stesso materiale dai predatori d'antichità tra le rovine di una fattoria romana d'epoca imperiale nei pressi di Bracciano. E' il volto che copriva la statua alta un paio di metri di un Dio, Apollo probabilmente. E ad altre due divinità, forse Latona e Artemide, madre e sorella del nume del Sole e della poesia, appartengono le schegge eburnee, raccolte in una bacheca vicina. «Risale al primo secolo a.C. - spiega Louis Godart, l'archeologo francese, consulente del Quirinale, che ha curato questa anomala rassegna -. Una copia romana di un originale ellenistico di almeno tre secoli più antico, eseguito da un artista di grande valore. Una testimonianza eccezionale, perché le centinaia di celebri statue d'oro e d'avorio di cui le fonti antiche ci hanno tramandato il ricordo, comprese quelle di Fidia ad Atene ed Olimpia, sono tutte andate perdute. Non ci restano che due teste arcaiche di Artemide e Apollo annerite dal fuoco, scovate negli anni '30 dagli archeologi in un deposito votivo di Delfi, di cui esibiamo in questa mostra due foto. Forse, chissà, i resti della leggendaria donazione al santuario del più ricco monarca del sesto secolo a.C, Creso il re della Lidia. E ora questa maschera scavata alle periferia di Roma, che evoca con i suoi tratti perfetti lo splendore dell'arte classica. Difficile spiegare come sia arrivata in quel modesto podere suburbano. Magari saccheggiata da un tempio in Grecia o a Roma da qualche funzionario disonesto e poi nascosta sottoterra per evitare guai. Non lo sapremo mai. Le ruspe dei tombaroli hanno cancellato ogni traccia». Impossibile perle stesse ragioni individuare la tomba da cui è stato sottratto il secondo cimelio, recuperato a Torino e proveniente dalla costa Nord del Perù e databile attorno al 1100 d.C. Testimonianza di una cultura, denominata Sican e specializzata nella fusione di metalli preziosi, che precede di secoli il dominio degli Incas. E' una maschera funebre: sul retro restano ancora fili e ricami del sudario che avvolgeva la salma. Un volto grottesco e appiattito forgiato in una lega di rame e oro: gli occhi a forma di ali d'uccello il naso a becco ad evocare il leggendario eroe fondatore del popolo Sican. E ad offuscare il bagliore dei due metalli una patina spessa di rosso cinabro. Una maschera di sangue, come quella di un bimbo appena uscito dalla placenta della madre, perché tra i popoli preincaici il rito della nascita e quello della morte erano uniti dalla stessa matrice di sofferenza e rottura.