Investire nella cultura e nella ricerca è necessario (come ha ricordato Paolo Ermini sul Corriere Fiorentino, citando il Manifesto sulla cultura del Sole 24 Ore) perché «la cultura e la ricerca innescano linnovazione creano occupazione, producono progresso e sviluppo. E vero; ma è ancora più vero che la cultura deve essere sostenuta e promossa perché, come dice lart. 3 della Costituzione, listruzione e la cultura sono necessarie per lo sviluppo della persona umana e per rendere effettiva la democrazia. Il sostegno pubblico della cultura pone, però, il problema dei rapporti fra la politica e la cultura e ci si può chiedere, a questo proposito, qualcosa sullo stato di quei rapporti. e cioè siano peggiori oggi, nel sistema della «personalizzazione della politica» o, come pensa Ermini, in quello della prima Repubblica quando i consigli comunali avevano consegnato la cultura «nelle mani di una sua parte (la sinistra) tra le arrendevolezze dellaltra (la Dc) foraggiandola a pioggia perché politicamente strategica e determinandone, in prospettiva, lo sprofondamento dei bilanci che ora vanno risanati e in fretta». In realtà, se si guarda ai rapporti fra politica e cultura fra gli Anni '50 e la metà degli Anni '90, si rimane semmai colpiti dal fatto che, mentre nel governo e nella informazione radiotelevisiva lintera sinistra, prima, poi i soli comunisti furono esclusi dal potere centrale, le grandi istituzioni culturali (soprattutto quelle che si riferivano alle amministrazioni locali) furono guidate, o addirittura fondate, in base ad una sostanziale intesa fra le tre «anime» politico culturali (sinistra, cattolici, liberali) che avevano promosso ed approvato la Costituzione. Così, nei primi decenni della Repubblica, a Milano il Piccolo Teatro di Paolo Grassi nacque con il sostegno della Dc e con il contributo dello Stato deliberato da Giulio Andreotti; a Firenze, a partire dal 1946, la maggiore istituzione culturale della Toscana (il Teatro Comunale di Firenze) fu retta, come quasi tutti gli altri Enti Lirici italiani, e per moltissimi anni, da una «convenzione» in base alla quale le due maggiori cariche (sovrintendente e direttore artistico) erano affidate a persone che non potevano appartenere ad una sola area «politico-culturale». Da Votto a Siciliani, da Vlad ad Alberti, da Bogianckino a Bartoletti fu attuato, così, un pluralismo che dimostrò di funzionare perché affidò la direzione del Teatro a personalità di grande rilievo culturale, in grado di difendere gli indirizzi artistici dalla invadenza dei partiti. Partiti che lottizzarono, piuttosto, insieme ai sindacati, i rami più bassi del personale tecnico ed impiegatizio determinando a questo livello (ma solo in questo) le premesse dei «deficit» che crescevano, però, anche per la scarso impegno dimostrato dallo Stato centrale nel generale sostegno della cultura. E vero che, in quel contesto, i consigli comunali entrarono, qualche volta, a gamba tesa, come accadde a Firenze in occasione della nomina a sovrintendente di Francesco Romano contro le proposte del sindaco. Ma la conseguenza fu uno scandalo cittadino, seguito da una crisi di giunta. Chi si scandalizza, invece, oggi, per la nomina di un sovrintendente o di un assessore che mancano dei requisiti minimi di prestigio e di esperienza che sarebbero previsti dal buon senso politico o dalla legge? Il problema è che la personalizzazione della politica non assicura, di per sé, una migliore qualità degli uomini alla guida delle istituzioni ma ha contribuito, invece, alla deresponsabilizzazione dei partiti e delle assemblee elettive sia per ciò che riguarda gli indirizzi politici generali, sia per ciò che riguarda le nomine e non solo nelle istituzioni culturali ma anche in quelle bancarie, dei servizi e delleconomia che sono, ormai, nelle mani di persone che non rappresentano più la cultura, lopinione pubblica, la società civile ma soltanto quel «vertice politico» che li ha nominati. Un restringimento, in sostanza, della democrazia.