"Il segno della guerra va lasciato. La storia non si elimina. Si devono fermare il degrado ulteriore e le esposizioni sono dannose". È la sala più bella di Milano. Sotto gli sguardi delle cariatidi realizzate nel 1778 da Gaetano Callani banchettò l'imperatore Ferdinando I il 6 settembre del 1838, dopo essere stato incoronato con la corona ferrea, e passeggiarono i re d'Italia. Da ieri sera, con un incontro presso la sede dell'Ordine degli architetti, si è aperto ufficialmente il dibattito su «che fare» della Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale. Sala il cui soffitto fu affrescato da Hayez con il Trionfo di Ferdinando, le cui balaustre furono disegnate da Andrea Appiani, ma che venne distrutta dai bombardamenti del '43. Nel corso dell'intervento di restauro a Palazzo Reale curato da Alberico Belgiojoso, che si dovrebbe concludere nel 2006, le pareti in rovina della sala sono state consolidate. Ma la sala deve restare una «mina parlante» o deve essere rifatta con decoro? In questi mesi la direzione generale delle belle arti della Lombardia, con l'Istituto Centrale del Restauro, hanno effettuato alcune «prove» di possibili interventi, da ieri sottoposte alla valutatone dei cittadini e degli esperti. La proposta di valutare ipotesi di intervento ricostruttivo erano state avanzate sia dal sindaco Albertini («forse qualcosa andrebbe fatto») che dal presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Di parere opposto si sono già detti Vittorio Sgarbi e alcuni restauratori della scuola del Politecnico di Milano, mentre l'assessore alla cultura, Salvatore Carrubba, si è detto perplesso sul dar vita a un intervento ricostruttivo a 60 anni dal danno. «Ho visto il cantiere di prova afferma Nadia Volpi, presidente dell'Ordine degli Architetti. Io giudico di ottima qualità il lavoro della Soprintendenza: è giusto un restauro, ovviamente senza rifare le cariatidi. Eviterei l'effetto Fenice e porrei - anche più attenzione ai muri quando si fanno le mostre». Le ipotesi sul tappeto sono state presentate dalla direttrice regionale per i Beni Culturali, Carla Di Francesco: «Il nostro è solo un percorso preliminare a un progetto di conservazione e integrazione che potrà fare il Comune a proprie spese. L'orientamento è quello di conservare con una integrazione minima e calibrata sui muri e non sulle statue, per ora. Vanno chiusi i buchi pel muro, può essere rifatto l'intonaco in alcune parti e non è da escludersi la riproposizione della balconata con le formelle di Appiani, perché ci sono i disegni e perché questa balconata da senso all'insieme architettonico. Bisogna riposizionare le luci e quanto alla volta si può tinteggiare e aggiungere elementi disegnati. Il pavimento, non originale, può essere smontato per far passare sotto l'impiantistica». I pareri degli esperti, divergenti già prima della presentazione di queste ipotesi, sembrano ora ancor più destinati a divergere per un intervento destinato a condizionare la storia della teoria del restauro. Per Vittorio Gregotti «il restauro è un'attività che va valutata caso per caso. Qui ci sono aspetti decorativi importanti e parte plastica difficile da ricostruire, n segno della guerra va lasciato: la storia non si elimina. Sì possono fare delle ricuciture e fermare il degrado ulteriore. Si possono anche ritrasferire qui i lampadari e controllare che le esposizioni non arrechino danni». Radicale il parere di Philippe Daverio: «Siamo di fronte a uno dei documenti più commoventi della seconda guerra mondiale. Io avevo optato per conservarla, come scelta romantica, in alternativa a restaurare come hanno fatto russi e tedeschi. Ma poi il rudere è stato pulito ed ora è come la Ferrarelle, né liscia né gassata. Quindi oggi è meglio rifare e reinventare le cariatidi. Ci vuole coraggio, non facciamo però una specie di oratorio rifatto».