L'Isola ha da offrire un'aura che pochi altri luoghi al mondo possiedono e che andrebbe preservata Quando i discepoli dei Lumi del Nord Europa, tra fine Settecento e primi Ottocento, dopo Napoli visitavano la Sicilia, nei loro resoconti non mancavano mai di addebitare alla dinastia borbonica le cause dell'arretratezza civile e sociale. Confrontavano la grandezza del passato alla miseria del presente: e soprattutto Siracusa, la città di Archimede, e Agrigento, patria di Empedocle, suscitavano note di rammarico. Che avessero ragione o meno, che fossero portatori di pregiudizi in nome di una visione illuminata delle cose del mondo, che quella del rimpianto fosse una moda, con i loro libri avevano minato il consenso internazionale alla monarchia ben prima che arrivasse Garibaldi. Questo è un esempio di come funziona la cultura, di come influenza le menti, i punti di vista e di come precede e accompagna i fenomeni storici. Quei signori erano turisti attirati dal patrimonio architettonico e culturale della Sicilia. Ognuno veniva a visitare ciò che aveva appreso dai libri. Di volta in volta, e con il cambiamento dei gusti, si apprezzavano le antichità fenicie, greche, latine, bizantine, arabe, normanne, o le chiese barocche. Tutti, indistintamente, erano attirati dall'Etna. L'isola offre una tale stratificazione di storia e tradizioni che può accontentare tutti i gusti. Quegli aristocratici e i loro accompagnatori erano dei privilegiati e non avevano nulla a che spartire con il moderno turismo di massa, ma, avendo creato una tradizione, ne hanno influenzato i percorsi. Per di più hanno soffuso di un'atmosfera immaginaria i luoghi reali. Anche il mare e le spiagge, divenuti esigenza primaria del Novecento, in Sicilia hanno il sapore del mito, di Venere che esce dalle acque spumeggianti dello Ionio. Insomma l'isola ha da offrire un'aura che pochi altri luoghi al mondo possiedono. Ed è questo il grande bene immateriale che abbiamo il privilegio di respirare, di cui siamo intimamente costituiti e che possiamo offrire agli estranei. Poiché quest'aura è fatta, oltre che dalle nostre tradizioni, dal nostro patrimonio artistico, architettonico, culturale e ambientale, questo è il tesoro che dovremmo preservare al di sopra di ogni cosa. A parole siamo tutti d'accordo, ma i fatti non sono conseguenti. Si agisce al contrario: quando si deve risparmiare, si tagliano i fondi alla cultura, perché non è considerata bene primario ma superfluo. E poi, tranne nel caso dei grandi eventi che richiamano l'attenzione e ci si può mettere in mostra, i politici sono restii a investire soldi per preservare il nostro patrimonio: non c'è un utile immediato e non portano voti. I crolli, i disastri, i vandalismi, le trascuratezze e gli stati d'abbandono non si contano. Non si fa in tempo a celebrare un evento positivo che un altro ti ricorda il vero stato delle cose: ad Aidone è tornata, con strepito di grancassa, la dea di Morgantina, ma a Monreale è scivolata parte del tetto dell'abbazia normanna, restaurato, evidentemente male, da pochi anni. La miopia della classe politica è divenuta un serio problema, anche perché per decenni ha investito solo su sé stessa, creando piramidi clientelari che cominciano alla base con i consiglieri di quartiere retribuiti nelle grandi città quasi come professori, e terminano con i vertici che guadagnano venti volte tanto. Il pensiero unico di quasi tutti i politici, impegnati a sostenere il governo tecnico che surroga la loro incapacità, si compendia nel ritornello che, dopo i tagli necessari seppur dolorosi, sono indispensabili provvedimenti per la crescita. Su cosa fondarla, su quali scelte e strumenti, resta vago. Nessuno è capace di andare oltre l'angusto orizzonte dei piccoli interessi particolari, né di immaginare un diverso modello di sviluppo. La Sicilia è cultura? E allora si dovrebbero sfruttare le potenzialità delle nostre università non per creare disoccupati senza speranza ma per impiegare eserciti di operatori culturali, di archeologi, di restauratori, di bibliotecari, di filosofi, di storici e matematici. I fermenti e i confronti di idee producono sempre scambi, curiosità, innovazioni, ricchezza. Così come sarebbe un vantaggio sicuro se si ricominciasse, dopo anni disastrosi, con la cura dell'ambiente. C'è voluto un ministro tecnico per dire che, per un euro incassato dalle sanatorie, se ne spendono poi dieci per i disastri ambientali. Schiere di giovani, geologi, biologi, fisici, chimici, agronomi e semplici manovali potrebbero rendere la Sicilia un giardino sicuro e ben curato. E i fiumi e i mari non più inquinati potrebbero tornare a essere quelli che gli antichi immaginavano popolati di ninfe e divinità. Basta seminare e saper attendere: i frutti verranno sicuramente. Anche se a coglierli saranno le nuove generazioni. Ma questo è il senso della storia e della fatica umana. Proponiamo beninteso formule keynesiane che hanno dato ottimi risultati per decenni nel dopoguerra. E ci sembrano valide per trasformare la crisi in un'opportunità. Figli di una grande tradizione umanistica e scientifica, solo una diffusa consapevolezza culturale ci potrebbe aiutare a superare fenomeni come l'inefficienza burocratica, la corruzione diffusa e la mafia o il pizzo. Se si ha un'alta concezione dei diritti dell'uomo, diventa automaticamente inaccettabile qualsiasi azione che ne leda la dignità. Investire nella cultura, nei musei, nelle biblioteche, nella scuola: la crescita, prima che economica, deve essere culturale e morale. 07032012