IL FUTURO dei grandi musei italiani sarà la Fondazione. Se fanno così in America perche non dovremmo farlo anche noi? Questo è oggi il pensiero dominante. Il ventesimo secolo che è stato statalista per la gran parte del suo percorso (con i fascismi, con i comunismi, con le socialdemocrazie) si è scoperto iperliberista negli ultimi anni. Ora, all'inizio del XXI, dobbiamo prendere atto che lo slogan della nostra giovinezza «il privato è pubblico» si è rovesciato nel suo contrario, «il pubblico deve diventare privato». Quindi ben venga l'ingresso del privato nel museo. Porterà gestione più efficiente, promozione più efficace, occupazione, sviluppo etc. Questi discorsi li conosciamo, sono condivisi a destra come a sinistra e a poco serve mettere in guardia dalle illusioni, dalle ingenuità, dai pericoli. Non si contrastano le idee dominanti quando la politica, i media e l'opinione pubblica hanno deciso di farle proprie. Ce lo ha insegnato una volta per tutte Francesco Bacone qualche secolo fa. Adesso è il momento delle fondazioni museali. Non si parla d'altro.Tuttile vogliono anche se pochi sanno cosa sono o cosa dovrebbero essere. Proviamo allora a ragionare in termini concreti pensando alla realtà fiorentina e allo scenario prossimo venturo. Cominciamo col definire l'oggetto del discorso. Fondazione sì, ma per cosa? Si è parlato di Fondazione Uffizi. Sarebbe un errore. A Firenze una eventuale Fondazione museale ha senso solo se comprende tutti gli istituti attualmente raggruppati nel Polo. E una questione di massa critica. I musei della Soprintendenza speciale fiorentina vogliono dire, tutti insieme, quattro milioni e mezzo di visitatori all'anno e circa 23 milioni di entrate. Sono cifre di tutto rispetto che avvicinano il «nostro» sistema a realtà quali il Louvre, il Metropolitan, i musei Vaticani. Dividere gli Uffizi dal resto significherebbe indebolire gli Uffizi e indebolire il resto (Accademia, Palatina, Bargello etc). Faccio un ragionamento puramente aziendalistico, sia chiaro, come se fossi l'amministratore delegato di un cartello bancario o il gestore di una catena di supermercati. Non mi provo neanche, in questa sede, ad accampare le ragioni (pure per lo storico dell'arte decisive) dell'unità collezionistica del patrimonio variamente distribuito nei nostri musei. Secondo è più importante aspetto della questione. Una volta perimetrato l'oggetto della Fondazione (i musei del Polo ma anche, perché no? Palazzo Vecchio, Forte Belvedere, l'Archeologico) come immaginare l'organo di gestione? Fondazione vuoi dire la presenza dei privati. Ma quali privati? QUI non siamo in America dove c'è una tradizione di mecenatismo capitalista e c'è, soprattutto, un regime fiscale che incoraggia e premia il mecenatismo stesso. E poi da noi non ci sono i grandi privati. L'ultimo (e il solo) era rappresentato dalla famiglia Agnelli; la quale, dopo la morte dell'avvocato, ha deciso di dismettere il veneziano Palazzo Grassi, solitario fiore, troppo presto avizzito, del mecenatismo capitalista italiano. Da noi gli unici veri «privati» (molto «sui generis») sono le fondazioni bancarie, bellissima e provvidenziale anomalia italiana. Accetteranno le fondazioni bancarie (Cassa di Risparmio, Monte dei Paschi) di entrare in partenariato con la struttura pubblica per il governo del sistema museale fiorentino? Un sistema che già gode di una sua autonomia contabile e finanziaria e che può mettere sul tavolo, ogni anno, 23 milioni di denaro «vero»? Forse accetteranno, o forse no, staremo a vedere. Ma se accetteranno vorranno avere, come è giusto, voce in capitolo. Così come vorranno averla (ecco un'altra anomalia italiana che sarebbe difficile far capire in America) le rappresentanze politiche locali: Comune, Provincia, Regione, ognuna con la sua frammentazione partitica e le sue alchimie di differenziata rappresentanza. A questo punto, nel disegno di Fondazione museale fiorentina che provo a immaginare, mi chiedo quale potrà essere il ruolo e il peso della componente tecnico scientifica. In parole povere potrà il soprintendente con i suoi funzionari, decidere in libertà su restauri, mostre, pubblicazioni o dovrà sottostare alle decisioni di un consiglio di amministrazione che potrebbe vederlo in minoranza? Avrà sulle questioni di merito quella autonomia che nessun ministro, fino ad oggi, gli ha mai seriamente impedito? Dal mio punto divista (mi conforta accorgermi che è anche il punto di vista di Urbani) questo è il vero nodo da sciogliere quando si parla di Fondazioni museali.
Pubblico e privato nelle fondazioni: chi comanderà?
Il futuro dei grandi musei italiani potrebbe essere la fondazione. Questo è un pensiero dominante, soprattutto in un'epoca in cui il privato è diventato più importante del pubblico. I musei della Soprintendenza speciale fiorentina, che raggruppano quattro milioni e mezzo di visitatori all'anno e 23 milioni di entrate, potrebbero essere uniti in una sola fondazione. Tuttavia, la questione è complessa, poiché si tratta di un sistema che già gode di autonomia contabile e finanziaria. La fondazione potrebbe essere gestita da privati, come le fondazioni bancarie, ma ciò potrebbe anche comportare una perdita di autonomia per il soprintendente e i suoi funzionari.
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