A differenza che in altri Paesi, in Italia la fase progettuale è raramente remunerata: eppure è lì che si concentra il valore aggiunto in termini di innovazione La professionalizzazione dei nuovi attori creativi passa anche attraverso un più evoluto rapporto con la committenza A differenza di quanto accade nei settori professionali in cui la progettazione è giuridicamente definita ed economicamente inquadrata, in Italia, nel mondo delle industrie creative e dei beni culturali, questo fenomeno si manifesta, per usare un eufemismo, più di rado, quasi che progettare il palinsesto di un festival, la stagione di un teatro, il concept di una mostra o lo sviluppo di un museo siano giuochi da ragazzi. Non stupisca il riferimento ludico: è opinione diffusa che la produzione d'idee non richieda grandi sforzi, essendo il frutto di generazioni pressoché spontanee, talora fonte di piacere, come accade quando si parla di creazione, disseminazione e crossfertilization. È risaputo, infatti, che nelle menti dei creativi le idee si formino per caso, tra una sigaretta e un caffè, uno spritz e una chiacchera, un pisolino e un filarino, un happy hour e un dirty weekend, addensandosi in nuvole progettuali i cui piovaschi precipitano sui desktop Apple con la stessa naturalezza con cui a Woolsthorpe Manor le mele si frangevano sul cranio di Isacco Newton. Ma se qualcuno gode e - colpa inescusabile - si diverte pure, lo si dovrà pagare, se mancano i calcoli strutturali che hanno orbato dinastie d'ingegneri o gli esecutivi che hanno ingobbito sui tecnigrafi generazioni di architetti? La Cultura è una vocazione (per eredi e rentier). Non bisogna lamentarsi se difettano i mezzi del grande e del piccolo schermo (che remunerano le opere dell'ingegno di sceneggiatori cinematografici e autori televisivi), se latitano i profitti della moda e del design (che adottano altri principi di retribuzione e compartecipazione agli utili)e rimangono chimerici gli anticipi riconosciuti agli scrittori di rango. Riassumendo: soldi pochissimi, ma vuoi mettere la soddisfazione di vedere il tuo nome stampato su un flyer in carta riciclata, accanto a titoli che riempirebbero d'orgoglio ogni cuore di mamma: curatela, drammaturgia, soggetto, ideazione, progetto di... Le occasioni non dovrebbero mancare, in un Paese con circa 14mila associazioni culturali, in cui ogni anno vengono imbanditi 2.000 festival, inaugurate 10.000 mostre, organizzate 41.000 manifestazioni all'aperto e allestiti, secondo i dati Siae del 2010,141.000 spettacoli. Eppure, a dispetto di cotante cifre, la progettazione non viene quasi mai pagata, configurandosi il più delle volte come disinteressato e gratuito anticipo su eventuali future realizzazioni: «quattro righe buttate giù per amicizia», «senza impegno», per citare una ricorrente formula pre e paracontrattuale, immancabilmente seguita dalla clausola di stile: «Poi, se si farà, ci metteremo d'accordo». Senza scherzare oltre, è doveroso riconoscere che tale abitudine non trova corrispondenza nei Paesi più civili, dove la progettazione è considerata una fase cruciale, il fattore critico del successo di qualsivoglia iniziativa culturale, cui dedicare il giusto tempo e riconoscere un idoneo compenso, con stanziamenti di budget che sull'italico suolo non vengono riservati nemmeno a talune fasi realizzative. Chiedete a un curatore straniero un progetto espositivo o all'ideatore di un festival lo sviluppo di uno spin-off editoriale: di norma non lo fanno gratis, ma esigono la giusta remunerazione del tempo dedicato e il riconoscimento del loro ruolo. Perché l'economia della conoscenza è diversa da quella della riconoscenza. Le idee servono e si devono pagare, perché le competenze hanno un valore economico, perché una cattiva progettazione figlia pessime gestioni, perché l'improvvisazione è una dote canora ma un difetto caratteriale, perché esistono nuove professionalità che, anche senza la rappresentatività di ordini prestigiosi come quello dei farmacisti, sanno fare bene e seriamente un lavoro assai più complicato di quanto si pensi. Gli ostacoli che si frappongono alla modernizzazione di un falso e peloso pseudomecenatismo sono molti; per esigenze di spazio ne esaminerò due: la moratoria degli accessieccessi universitari e l'inadeguatezza della committenza. Ogni anno, nel Belpaese, si laureano migliaia di futuri «progettisti culturali», a fronte degli undici iscritti nella classe di «Scienze e tecnologie dei sistemi di navigazione» (dato che illumina su taluni recenti fatti di cronaca). Siamo forti a santi e poeti, ma scarseggiano i navigatori e sono in via di estinzione gli scienziati: secondo l'ufficio Statistiche del Miur nell'anno accademico 2010-11 erano immatricolati nella classe «Biotecnologie industriali» 313 studenti, lo 0,006 per cento dei 48.423 arruolati nelle classi di Beni culturali, Conservazione e restauro dei beni culturali; Conservazione e restauro del patrimonio storico-artistico; Scienze dei beni culturali; Tecnologie per la conservazione e il restauro dei beni culturali; discipline, scienze e tecnologie delle arti figurative, della musica, dello spettacolo, della moda e della produzione multimediale. Sei 756 iscritti a Matematica non hanno pareggiato gli enrolled del minore tra i primi cinque fashion institutes milanesi, c'è stato un fisico ogni dieci partecipanti ai casting del Grande Fratello 12 (3.176 vs 30.000), un chimico ogni undici partecipanti alle audizioni di X Factor (4.502 vs 50.000), un biologo ogni dozzina di scienziati della comunicazione (1.956 vs 24.613). Ogni commento è superfluo. Rimane il fatto che decine di migliaia di persone sono disposte a lavorare gratis, nella speranza di vincere un giorno il gratta e vinci «cultura per sempre». Non meno delicata è la situazione della committenza, pubblica e privata. Un progetto noni un capriccio: ha bisogno di committenti consapevoli, esigenti e risoluti. Purtroppo, dopo le scienze della Formazione (s'intende calcistiche: moduli pitagorici, schemi difensivi e percentuali di realizzazione), la progettazione culturale è il campo disciplinare in cui l'Italia vanta la maggior concentrazione mondiale di cultori della materia. Dilettanti lenti nel premettere che di contenuti espositivi o palinsesti teatrali non si sono mai occupati in vita loro, ma lestissimi nell'ammollare gragnuole di consigli, suggerimenti, paragoni. Se pochi si sognano di suggerire a un architetto, un editore, un regista come progettare un edificio, una collana editoriale o un lungometraggio, chiunque progetti un museo troverà centinaia di interlocutori pronti a spiegargli, in cinque minuti, come farlo diversamente e meglio; chiunque progetti un festival riceverà centinaia di segnalazioni riguardanti oratori imperdibili e temi imprescindibili, quasi che dialogare pazientemente con decine di soggetti assai eterogenei e coordinare le tante professionalità e mentalità che gravitano attorno a simili iniziative fosse la cosa più facile e semplice del mondo. Ma non è forse vero che la cultura, sul patrio suolo, si diffonde per simpatia? Che per progettare con senso e serietà in campo culturale basta andare in viaggio di nozze in una delle tante città d'arte: cinque giorni di furore, tra una copula e una cupola, per far vedere ai parenti che nessuno in Italia, anche il più somaro, può rimanere insensibile al fascino delle sue eterne beltà? Nel dubbio si può sempre pescare nelle acque della televisione, in cui galleggiano naufraghi e pirati di ogni sorta: se viene da lì dà maggiori garanzie di professionisti con curricula di trenta pagine. Per fortuna alcune imprese, le più avvedute e innovative, hanno capito che solo riconoscendo dignità e valore all'opera progettuale di questi nuovi soggetti, allergici alle etichette ma capaci di saltare gli steccati sterili dell'iperspecializzazione,è possibile portare idee e vita in campi altrimenti condannati all'asfissia.