Antonia Pasqua Recchia, Segretario Generale del Ministero dei Beni e delle Attività culturali «Servono fondi per conservare il patrimonio; le spese per la manutenzione producono lavoro e maggiore domanda culturale, ma se le autorità locali non forniscono servizi adeguati, non c'è crescita; non dipende solo dal Ministero rendere i beni accessibili» Ha maturato una lunga e prestigiosa carriera all'interno del MiBAC divenendo dapprima direttore generale per il Personale, l'Organizzazione e l'Innovazione e poi direttore generale per il Paesaggio, le Belle Arti, l'Architettura e l'Arte Contemporanee, prima donna ad assurgere ai vertici dell'Amministrazione del Ministero», affermava il 13 dicembre scorso il comunicato stampa sulla nomina dell'architetto Antonia Pasqua Recchia a Segretario Generale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. «La migliore scelta che il ministro Lorenzo Ornaghi potesse fare, che premia e valorizza una professionalità interna», ha commentato il sindacato Uil del Ministero. Un incarico prestigioso e impegnativo, coerente con un curriculum che, prima della nomina, già impegnava 21 pagine di carriera del neo Segretario Generale nel Ministero dal 1985 a oggi. Gentile ed elegante, l'architetto Recchia racconta una storia di studio e di impegno accompagnati da grande curiosità e disponibilità per i nuovi compiti professionali. Nata in un piccolo Comune vicino a Frosinone, Antonia Recchia si laureò in Architettura con lode alla Sapienza di Roma nel 1973, a 22 anni, e l'anno successivo conseguì l'abilitazione all'esercizio della professione. «Un primo vantaggio l'avevo acquisito andando a scuola a 5 anni, poi ho frequentato un buon liceo classico con docenti di primo livello. Il professore di Latino e Greco ci iniziò all'amore per la letteratura anche europea, quello di Storia dell'arte gettò il seme della mia passione per l'architettura. Poi saltai la terza liceo e sostenni nella sessione autunnale l'esame di maturità. Quando mi iscrissi ad Architettura, gli esami previsti erano 36 poi ridotti a 29, ma io mi laureai con 32 o 33. Dopo l'abilitazione alla professione, mi iscrissi subito all'Albo e cominciai a lavorare, occupandomi soprattutto di interventi relativi agli aspetti strutturali dell'edilizia in zone sismiche. Ho anche svolto attività didattica e di ricerca nell'Istituto di Disegno industriale e, sempre a Roma, nella cattedra di Composizione architettonica. Intanto mi ero sposata e avevo avuto il primo figlio. Di qui l'esigenza di un lavoro che mi consentisse di stare più vicina a casa, e la decisione di partecipare a due concorsi pubblici, uno per l'insegnamento di Storia dell'arte nei licei e l'altro per la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione. Vinti entrambi, scelsi il secondo». Domanda. Il suo trampolino di lancio per la carriera fu quindi la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, un'istituzione non molto conosciuta. Perché se ne parla poco? Risposta. Se ne parla poco a torto, anche se è vero che dovrebbe essere migliorata. Perché è uno strumento che consente di avvicinarsi davvero alla realtà di un'Amministrazione pubblica. Per un funzionario pubblico è un luogo di formazione di fondamentale importanza, perché fornisce conoscenze e competenze ormai indispensabili nel contesto attuale, che vanno oltre quelle specifiche di ogni professione. Per me fu importantissima, perché ero un tecnico, avevo compiuto buoni studi ma certamente non ero pronta per diventare funzionario dello Stato, avevo lacune in materia di diritto amministrativo e di contabilità di Stato. Ritengo assolutamente positivo il fatto che oggi la Scuola Superiore sia obbligatoria per tutti i dirigenti. D. Al termine dell'anno di formazione, nel 1985, entrò nel ruolo degli architetti del Ministero, all'epoca denominato dei Beni Culturali e Ambientali. Quali settori che l'hanno più interessata? R. Tutti direi. Del resto credo che le scelte si fanno soprattutto sulla base di quanto in un certo momento è necessario e positivo per l'ufficio. Vi sono atti e azioni da compiere, è bene conoscerli nel modo migliore. Poi a me piacciono molti argomenti e mi affeziono sempre a quello che faccio. Sembrerà una stranezza, ma nei due anni e mezzo trascorsi nella Direzione generale per gli Affari generali e il Personale, incluse le relazioni sindacali a livello nazionale, mi sono appassionata fortemente a questo lavoro, generalmente ritenuto difficile e persino sgradevole. È stata un'esperienza faticosa ma straordinariamente interessante. Ed ho sempre una grande disponibilità ad ampliare il ventaglio delle mie esperienze, anche quando l'impegno riguarda settori lontani dalle mie competenze tecniche. D. Coglie sempre il dato interessante anche in ambiti apparentemente aridi? R. Credo dipenda dal carattere di ognuno. Essere più o meno curiosi non è un merito né un demerito. La volontà di affermarsi in ambito lavorativo parte dalle scelte iniziali, ma occorre sempre una grande disponibilità ad impegnarsi. Ho svolto lavori lontanissimi dalla mia competenza tecnica, anche contestualmente, ma non ho mai considerato questo un peso, piuttosto un'opportunità. Occuparmi da tecnico anche di bilanci o scrivere relazioni per la Corte dei Conti mi ha permesso di capire meglio la complessità della gestione amministrativa. Cerco sempre di imparare qualcosa di nuovo. Anche se un lavoro non corrisponde alla propria passione, si deve tentare di svolgerlo al meglio delle proprie capacità, perché in un'organizzazione bisogna essere disponibili a fare quello che occorre. Il mio metodo pragmatico mi ha consentito di avere grande interesse per tutto e di cercare sempre di migliorare, innovare, trasformare in meglio l'attività amministrativa. Il termine «informatizzazione» forse non rende il senso profondo di un processo di rinnovamento dell'Amministrazione che deve diventare sempre più aperta, efficiente e trasparente. L'ultimo decreto sulle liberalizzazioni pone ancora una volta l'accento sulla trasparenza e sulla semplificazione, anche se il processo avviato nel 1990 con la legge n. 241 non è ancora concluso. L'informatica non va vista come un mero strumento; ho creduto molto in essa e ritengo di aver realizzato qualcosa, anche se il mio Ministero è particolarmente complesso. Questa parte di innovazione mi piaceva molto. D. E oltre al Personale? R. Un altro settore che mi ha appassionato è quello degli Archivi di Stato, anche se vi sono rimasta poco, 8 mesi. Avevo individuato alcune azioni innovative da avviare, perché accanto a competenze generalizzate di assoluta eccellenza, vi sono forti chiusure di autorefenzialità che determinano l'isolamento del settore anche all'interno dello stesso Ministero. Anche la Direzione del Bilancio, che dal 2009 si è aggiunta all'innovazione, è stata per me un'esperienza estremamente positiva, ho imparato moltissimo e ho avuto il tempo di dare risposte concrete. La Direzione del Paesaggio, le Belle Arti, l'Architettura e le Arti contemporanee nell'ultimo anno si attagliava di più alle mie competenze specifiche. È stata un'attività soddisfacente, anche se è durata poco. In quel periodo sono stata anche commissario unico per l'Italia alla Biennale d'arte di Venezia 2011, ho portato a compimento i programmi del Comitato per la Tutela del patrimonio della prima guerra mondiale, istituito nel 2001. Ma anche i programmi per l'architettura rurale d'intesa con le Regioni, la diffusione del sistema informativo per gli Uffici Esportazioni, lo sviluppo del progetto di verifiche sismiche in 48 musei statali. Sono alcuni temi che il Ministero affronta quotidianamente e che indicano la vastità dei ruoli. D. Come ha accolto la nomina a Segretario Generale? R. Un evento inaspettato e un po' casuale. Il mio predecessore Roberto Cecchi è stato nominato sottosegretario nel Governo Monti, e si è liberata una posizione cui non miravo affatto, ma che mi ha ovviamente molto lusingato. Ero completamente appagata dalla Direzione affidatami, nella quale avevo avviato molte iniziative. Ancora una volta cercherò di affrontare il nuovo compito con il massimo impegno, garantendo unitarietà di azione in un'Amministrazione complessa, che si caratterizza per la grande diffusione nel territorio, inferiore solo a quella del Ministero degli Interni. Le otto Direzioni Generali con il Gabinetto e il Segretariato Generale assorbono solo 1.200 dei circa 20 mila dipendenti. D. Quale azione amministrativa deve coordinare? R. L'attività del Ministero si sostanzia in almeno due tipi di atti. Innanzitutto gli atti di regolazione: le autorizzazioni, ossia la tutela, la principale missione istituzionale, perché il nostro compito primario è difendere il patrimonio culturale nella sua interezza, di proprietà sia pubblica sia privata: monumenti, musei, archivi, biblioteche, i beni dello Stato ma anche il valore culturale di un palazzo, un castello, un'abitazione privata dichiarata bene culturale. Il vincolo apposto riduce il diritto di proprietà ma valorizza il bene. L'emanazione di regole e autorizzazioni configura un sistema forse unico per la sua pervasività, che ci ha consentito di conservare un patrimonio culturale così rilevante non solo quantitativamente. L'altra componente dell'azione amministrativa riguarda l'erogazione di servizi pubblici culturali, musei, archivi, biblioteche, aree archeologiche. Sono le due anime del nostro Ministero, e l'equilibrio tra regole e servizi non è facile. Non è raro che un'associazione contesti un'autorizzazione che abbiamo concesso. D. Può illustrare meglio l'erogazione di servizi culturali? R. Si tratta di gestire i musei, gli archivi e le biblioteche aperti al pubblico, di ampliare l'offerta, di far crescere la domanda. È un meccanismo legato alle logiche del consumo, ma lo scopo non è incassare di più bensì far crescere il livello qualitativo del «prodotto» culturale. I dati dimostrano che la domanda culturale è in crescita, il che è molto positivo perché la qualità delle persone è un fattore su cui si basa la competitività di un Paese, il suo livello di civiltà. Un altro aspetto molto interessante ma anche problematico è il rapporto tra patrimonio culturale e sviluppo economico. La problematicità deriva dallo scarso collegamento tra la presenza del patrimonio, gli investimenti, gli enti territoriali, in sostanza la mancanza di un vero sistema aggregato. Il nostro patrimonio culturale è uno straordinario biglietto da visita per il nostro Paese, ma dovrebbe anche essere un volano per l'economia. Dal complesso dei beni culturali può derivare una grande ricchezza, ma non è detto che il semplice possesso di essi basti. Investendo su questo patrimonio dobbiamo farne emergere tutte le potenzialità. Ma il primo problema riguarda la conservazione. È il caso di Pompei, ad esempio. Pompei è un bene ad alto rischio di perdita, da sempre; oltre ad essere la più vasta area archeologica del mondo, ha una struttura architettonica unica. Le altre aree sono ridotte a ruderi, Pompei è una città di 2 mila anni fa riportata alla luce 250 anni fa e non protetta. Servono fondi per conservare il patrimonio; da un investimento di manutenzione non scaturisce solo lavoro per le imprese del settore ma una maggiore domanda culturale. Ma se il contesto locale non è capace di fornire servizi accessori adeguati, non c'è crescita. Il Ministero non può sostituirsi alle autorità locali. Noi dobbiamo conservare e valorizzare, ma non dipende solo da noi l'organizzazione dei servizi locali per la migliore fruibilità del bene culturale e di conseguenza per la crescita dell'economia collegata alla fruizione. Relazioni territoriali, viabilità, servizi, ristorazione, accoglienza, sono tutti temi che riguardano i sindaci e le autorità locali. Napoli per esempio ha un sistema museale straordinario nel quale figura anche il museo di Capodimonte, ma è poco visitato, difficilmente raggiungibile per il traffico, e non si è creato finora un apposito itinerario. Si preferisce far accalcare i turisti nella piazzetta di Capri. D. Quanto sono state acuite le difficoltà dal momento particolare? R. Stiamo uscendo da un periodo molto difficile ma, dopo tanti tagli di bilancio, i segnali positivi non mancano, lo testimoniano i provvedimenti del precedente ministro Giancarlo Galan e dell'attuale Lorenzo Ornaghi: nuove assegnazioni di bilancio, detrazioni fiscali sugli investimenti in cultura, nuove assunzioni di personale ecc. L'anno scorso abbiamo potuto attuare un turn over del 20 per cento che ci consente di reintegrare, almeno in parte, le mille persone all'anno che vanno in pensione. Ma il coinvolgimento dei privati è fondamentale. Andiamo incontro a un modello di relazioni tra lo Stato e il privato anche nelle attività che un tempo erano prerogative esclusive del primo. Lo Stato non può più far fronte da solo e la collaborazione con i privati è un segno di maturazione della società. D. Perché il restauro del Colosseo da parte di Diego Della Valle ha suscitato polemiche e inchieste? R. Dimostra come molto spesso ci si voglia far male da soli. L'Autorità di vigilanza ha ribadito la correttezza della procedura e attendiamo con fiducia il responso del TAR. La vicenda dimostra l'esigenza di semplificare, perché le forze ci sono e la società vuole essere più attiva e protagonista. Queste opportunità vanno colte superando forme di cristallizzazione all'interno del Ministero. D. Sarà eliminata l'immagine del ministeriale pigro e fannullone? R. Il mio ruolo principale è il coordinamento delle attività interne. Discutiamo molto su cosa vuole la società da noi, su cosa dobbiamo dire e fare, e come farlo, farci accettare al di là di leggi e regolamenti. È ora di sfatare quell'immagine, ancora alimentata da alcuni comportamenti che l'avvalorano, ma ora abbiamo un sistema di valutazione e di responsabilità individuale oltreché dirigenziale. La sicurezza del posto di lavoro ci impone una maggiore responsabilità e richiede un impegno costante nel lavorare per il bene pubblico. Occorre però uscire dalla logica del puro rendiconto finanziario, dei risultati soggetti alla verifica della Corte dei Conti. Dobbiamo rendere conto alla società del nostro lavoro e dei nostri risultati in modo trasparente. Le leggi, l'art. 9 della Costituzione, il Codice dei Beni culturali, il Regolamento di organizzazione non sono più sufficienti. D. Perché il settore dello spettacolo appare in secondo piano in un Ministero che ne assume il nome? R. La sua denominazione fu cambiata dal ministro Valter Veltroni 12 anni fa, ma anche se all'interno si è riusciti nell'unificazione, la percezione esterna è sempre di due anime diverse: il patrimonio e lo spettacolo. In realtà dovremmo chiamarci Ministero della Cultura, ma si teme, nel nome, di rievocare il Minculpop, il Ministero del regime fascista. A un patrimonio così grande corrisponde un insufficiente numero di scuole di formazione di futuri operatori. Mentre le Università formano i tecnici, non è ancora definita la questione di chi deve poter «mettere le mani» sul patrimonio culturale ai fini del restauro. Ma stiamo andando verso la definizione di questi problemi. È prossima una soluzione normativa per il riconoscimento della professione di restauratore. Per il personale del Ministero l'attenzione è rivolta alla formazione continua e all'acquisizione di un maggiore senso di appartenenza. Il mio obiettivo è un Ministero che risponda sempre più e meglio alle esigenze della società. È un grande passo nel quale intendo impegnarmi con tutte le forze. Un altro obiettivo sono accordi per la pianificazione del paesaggio che si realizza in collaborazione con le Regioni, per una tutela efficace del paesaggio medesimo che non passi solo attraverso atti di contrapposizione. Investimenti esteri, project financing, defiscalizzazioni, tutto è possibile e utile, purché crescano consapevolezza e disponibilità di tutti. La Cultura non deve più essere considerata una palla al piede dello sviluppo.
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2 Marzo 2012
ANTONIA PASQUA RECCHIA: BENI CULTURALI, NON BASTA POSSEDERLI
SE
Serena Purarelli
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Artista / Persona
Bene culturale
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