Massimo Cacciari commenta la "riscoperta" di Gianni Vattimo: «È comico pensare si possa relativizzare tutto. Ma in democrazia non esiste un giudice supremo dei valori: neanche la Costituzione lo è» immagine documento Massimo Cacciari e Gianni Vattimo sono gli esempi più chiari di come non possa esistere un pensiero filosofico che non si faccia, nell'atto stesso del suo pronunciarsi, azione politica, volontà politica. E non perché l'uno è stato sindaco di Venezia e l'altro europarlamentare, ma perché non si trova una sola loro frase che non si rivolga interamente, costitutivamente, alla comunità, alla polis, con l'obiettivo di trasformarla. Il cosiddetto "Pensiero debole" di Vattimo è stato a lungo discusso al punto che oggi la casa editrice Garzanti pubblica un libro in suo onore, dal titolo Una filosofia debole (a cura di Santiago Zabala), ospitando interventi corposi di Umberto Eco, Fernando Savater, Charles Taylor e molti altri, e facendolo uscire in pendant con il suo nuovo libro Della realtà, Fini della filosofia. Dell'eredità del Vattimo-Pensiero abbiamo parlato con Massimo Cacciari. Per il filosofo torinese non esistono valori che possano dirsi indiscutibili e immutabili, che siano validi per sempre. L'addio alla verità è l'inizio, e la base stessa, della democrazia. Le Costituzioni democratiche degli Stati sono frutto della convinzione che non ci sia nulla di indiscutibile: ogni principio su cui fondiamo la nostra convivenza può essere sempre rivisto e contraddetto. Questa è la democrazia, il terreno dove la libertà di tutti noi è svincolata dal dover obbedire a valori considerati incontestabili. I meta-racconti, come il marxismo o l'idealismo, hanno avuto per Vattimo l'errore di voler ristabilire daccapo i fondamenti attraverso cui rileggere la storia degli uomini, mentre invece la base del nostro tempo è rifiutare fondamenta assolute. Esistono solo punti di vista interpretativi, che possono essere condivisi e trascritti in leggi, ma sempre in leggi rivedibili. Professor Cacciari, se in democrazia nessun valore può dirsi valido per sempre, questo significa che non possono più esistere per noi valori irrinunciabili? Pensare che la democrazia possa essere lo spazio in cui scompaiono i valori irrinunciabili, è puro irrealismo, come puro irrealismo è ritenere che si possa evitare il conflitto tra i valori e tra i gruppi che li rappresentano, dicendo che, siccome non c'è più nessun assoluto, allora anche i valori si livellano. Non è debole un pensiero così: è storicamente, scientificamente infondato. La storia sarà sempre una scena di conflitti tra individui, correnti, società, Stati, che in parte professano valori scambiabili, comparabili, duttili, e in parte professano valori che ritengono irrinunciabili, assoluti, non scambiabili. Invece secondo Vattimo l'epoca attuale può essere la prima epoca in cui venendo meno pensieri forti, come le utopie o le religioni assolutiste, vi saranno opinioni a confronto che si relativizzano a vicenda. Pretendere che tutto il mondo diventi protagoreo, ovvero che ogni valore si relativizzi, mi pare una cosa comica. Dopodiché è compito di ogni persona ragionante ragionare: anche le credenze più irrinunciabili debbono essere fatte oggetto di discussione, di continua verifica, anche di rettifica. Un credente ha certe idee irrinunciabili, ma se un giorno smette di credere, quelle idee smettono di essere per lui irrinunciabili. Tutto è sottoponibile a critica. Ma ciò non esclude affatto che nel dibattito politico si abbiano principi non negoziabili. Veniamo all'obiezione di Vattimo: la verità ha un che di dispotico, perché, se esiste, c'è sempre qualcuno che dice di conoscerla meglio e comanda. I valori non negoziabili sono così: assoluti, imprescindibili, da difendere a spada tratta. Come evitare che questa contrapposizione tra valori diventi una contrapposizione tra fanatismi? In democrazia il conflitto è costituente, non è affatto negativo: il concetto fondamentale della democrazia è la positività del conflitto. Gli obiettivi, i valori irrinunciabili in cui credi li fai valere attraverso gli strumenti e gli spazi che la Costituzione ti indica, attraverso i soggetti sociali attraverso cui puoi vederli rappresentati nei luoghi decisionali, i partiti, i sindacati, le varie organizzazioni sociali. Questa è la democrazia: non l'annullamento del conflitto, ma il difficile terreno della sua regolamentazione. In democrazia non ci può essere un giudice supremo che decide per tutti quali siano i punti di riferimento irrinunciabili. Questo significa che per lo Stato ogni valore è equivalente e che non si possa determinare in assoluto ciò che è più importante per la vita delle persone? Uno Stato neutrale al conflitto dei valori significa anzitutto che non può neutralizzare questo o quel valore, questo o quel gruppo che rivendica i suoi valori, nei limiti che la legge consente. Lo Stato può avere una sua scala di riferimento, ma poi ciascun cittadino si fa portatore di principi, idee, proposte, di cui è pienamente convinto, e lotta per vederli riconosciuti. Il conflitto tra questi principi sarà tanto più proficuo e sano, ovvero non violento, quanto più la forma poliarchica della democrazia saprà distribuire sovranità effettive nella società civile, saprà far dialogare tra loro questi attori in gioco. La politica è pensare che i tuoi principi su cui vorresti organizzare la società debbano valere, e di conseguenza lotti per affermarli. Ma è la forma poliarchica della democrazia che poi deve impedire la sopraffazione egemonica di una scala di valori sull'altra. Nessun giudice supremo che decide per tutti. Però ad esempio l'Unesco dice: "Noi dobbiamo salvare in nome dell'umanità quel patrimonio mondiale che riteniamo universale". Non è questo una sorta di giudice supremo che decide per tutti cosa è da salvare e cosa no? L'Unesco è pura ideologia, anche parlarne è perdita di tempo. Eppure quando l'Unesco denunciò i talebani perché avevano demolito le statue giganti dei Buddha di Bamiyan, tutti gli stati più avanzati concordarono che quella distruzione era contro un bene dell'umanità. Pretendere che ci sia una sede universale come l'Unesco che stabilisce quali sono i patrimoni dell'umanità è una cosa che dal punto di vista storico-scientifico può fare solo ridere. Anche per me i templi di Paestum sono un bene, ma mai ci possiamo arrogare il diritto di parlare a nome dell'umanità, come invece fanno certe associazioni di nullafacenti ascoltate inutilmente. E quando nel passato si distruggevano le chiese gotiche o i cristiani buttavano giù i templi? Siamo così certi di essere guariti da questi cosiddetti mali, dopo quello che è successo nel Novecento? Ma da che pulpito viene la predica? Come si fa a pensare che siamo entrati in un'era in cui tutto quello che è valso da quando c'è storia cessi da valere e ci sia un tribunale che parla, a nome di tutti, dei diritti universali dell'uomo, dei beni universali dell'umanità? È una pretesa irrealistica. Dunque qui condivide con Vattimo: le Costituzioni democratiche degli Stati sono frutto della convinzione che non ci sia nulla di indiscutibile. Ma è una cosa del tutto ovvia. Niente è più fatale per una democrazia che pretendere inalterabile la sua Costituzione. Le città, gli Stati sono ormai irreversibilmente plurali, uniscono gli opposti, ma sempre in modo rivedibile. È bene superare ormai il lutto: Dei e Re si sono ritirati dalle scene.