«Conosciamo ogni centimetro dell'area archeologica, ogni affresco, ogni mosaico e la mappa del rischio è impressa nella nostra mente. Noi sapremmo dove, come e quando intervenire per salvare il patrimonio archeologico da una seconda morte. La nostra professionalità unita alla conoscenza, purtroppo, serve a ben poco se messa a tacere da chi dovrebbe, e avrebbe dovuto, impiegare le risorse, economiche e umane, da sempre a disposizione per evitare i crolli». Passano i giorni ma l'amarezza dei sindacati degli Scavi non si placa. «Gli archeologi e gli architetti neoassunti - evidenzia Antonio Pepe segretario Cisl -non servono a nulla se ad affiancarli non ci sono gli operai. La soprintendenza può contare su 268 dipendenti, tra operai generici, assistenti tecnici e funzionari per tecnologie, diagnostica, restauratori e conservatori». Secondo il «piano di emergenza» stilato dai lavoratori, mai preso in considerazione dalla soprintendenza, ma che per gli autori sarebbe stato efficacissimo, sarebbe bastato prelevare le varie figure professionali distribuite tra Oplonti, Stabia, Ercolano, Bacoli e da altri siti, e incentivarli con progetti di lavoro mirati. «La somma urgenza e l'emergenza - afferma ancora Pepe, a cui fanno eco Aldo Avitabile e Giuseppe Marigliano del direttivo Cisl - avrebbero spazzato via tutta la burocrazia di circostanza. La presunta messa in sicurezza degli scavi di Pompei annunciata per il 2015 sarebbe già stata attuata prima del 6 novembre 2010, e avrebbe evitato i crolli».