MICHELA MARZANO i francesi lo hanno capito da un bel po'. La cultura non solo appaga ma, soprattutto, "paga". Perché permette di far crescere le persone (quando possono utilizzarla come strumento critico e per allargare l'orizzonte dei possibili, come direbbe il filosofo Gilles Deleuze) e perché, in un momento di crisi economica, diventa anche un'industria che permette di creare lavoro e ricchezza. A differenza degli italiani che vincono la medaglia d'oro nell'arte del disfattismo, e che sono spesso incapaci anche solo di salvaguardare il proprio patrimonio, i francesi sono maestri nel valorizzare le proprie risorse culturali. E dopo un po' riescono a convincere anche gli altri della propria superiorità. Al punto che oggi tutti pensano di doverli imitare per vincere un Oscar o ideare musei di successo. Perché l'organizzazione e le strutture per la diffusione di arte e sapere sono veramente efficaci e trasformano la cultura in un prodotto di consumo di massa. Non solo a Parigi, ma anche nella "Francia profonda". Visto che ormai da alcuni anni la cultura si è decentralizzata grazie alla nascita delle scènes nationales (i teatri nazionali), alla creazione delle DRAC (Direction régionaledel'action culturelle) e all'istituzione delle Giornate nazionali del patrimonio. Per uscire dalla contrapposizione secca tra Parigi e il "deserto della provincia", nel 2010, è stato anche creato a Metz una versione ad hoc del Centre Pompidou. Non è solo una questione di "grandi eventi". Del numero infinito di mostre, rassegne cinematografiche o spettacoli teatrali sappiamo tutto, ma ci sono anche le biblioteche e le cineteche sempre aperte. Che ti permettono di informarti, leggere, studiare in spazi ricchi e comodi. E non si tratta solo di poter visitare i monumenti storici ma anche le università e i laboratori di ricerca. Certo, quando dalla teoria si passa alla pratica, la realtà è più complessa e ambivalente. Se la Francia è senz'altro la patria della valorizzazione della cultura, è anche il simbolo dell'apparire e della grandeur. Un luogo dove chiunque, dopo l'entusiasmo iniziale, non può poi non rendersi conto che "l'uguaglianza delle opportunità" e la"democrazia culturale" restano a volte mere astrazioni. Un po' come l'idea che basti andare all'Università per accedere alla conoscenza o sia sufficiente frequentare un artista per imparare ad amare l'arte. Pierre Bourdieu, qualche anno fa, aveva già sollevato il problema: rendere fisicamente accessibile la cultura non basta a cambiare le persone se poi non cambiano le abitudini. A cosa serve passare delle ore in fila per vedere una mostra se lo si fa solo perché lo fanno tutti? Non solo: Marc Fumaroli, nel suo libro Lo Stato culturale, ha mostrato i limiti di questo modello di investimento centralizzato, dove spesso il governo utilizza "la cultura" per pura promozione turistica, puntando solo sui grandi numeri, sui fenomeni, sull'attrazione. Perché è evidente il pericolo: quello di concentrarsi su un'idea di cultura da parco a tema, un po' disneyana, fatta solo per i prodotti di massa e che è buona solo se attira molta gente. Resta però il valore che il mercato culturale può produrre in un momento di crisi. E in questo la Francia resta un modello. Visto che gli eredi di Voltaire sono bravissimi nel valorizzare tutto quello che "fanno" o "hanno". Il loro patrimonio culturale. Il loro cinema. La loro lingua. I loro musei... E dopo un po', attirando gli sguardi ammirati ditutto il mondo, approfittano anche economicamente della fama della propria cultura. Non dimentichiamocelo: nel mondo dell'apparire l'apparenza è sovrana. Una lezione per un paese come l'Italia, che pensa ancora di poter uscire dalla crisi facendo a pezzi quel che resta della propria cultura...