IL RAPPORTO fra la politica e la cultura è definito dalla nostra costituzione come un rapporto fra due ambiti diversi. La esperienza dello «stato etico» in Italia e degli altri stati totalitari europei nei quali la cultura era stata «instrumentum regni» portò i nostri costituenti a vietare a tutti i poteri pubblici di produrre direttamente cultura imponendo, però, alla Repubblica la tutela del patrimonio artistico e la promozione della cultura. La «neutralità» del potere politico nella promozione culturale è risultata essere, però, di difficile realizzazione perché da un lato il potere politico non ha mai cessato di produrre direttamente o indirettamente «cultura di Stato», mentre i poteri pubblici hanno approfittato spesso della struttumle non autosufficienza economica della cultura per condizionare, attraverso gli aiuti finanziari, quella autonomia delle istituzioni culturali sulla quale soltanto può fondarsi la costituzionale separazione fra politica e cultura. I PROCESSI di personalizzazione del potere politico in Italia negli ultimi 20 anni, hanno aggravato il problema della soggezione della cultura al potere politico perché, spostando su un solo vertice istituzionale tutte le decisioni rilevanti nei settori della cultura (da quelle sulle nomine nelle grandi istituzioni culturali fino a quelle riguardanti il loro finanziamento) hanno finito per escludere quasi del tutto, di fatto odi diritto, le assemblee elettive, i gruppi parlamentari ed i partiti e la stessa opinione pubblica da una seria partecipazione e da un efficiente controllo sulle grandi decisioni della politica in materia culturale. La personalizzazione della politica ha portato presidenti del consiglio, ministri, sindaci, presidenti di Province e di Regioni a nominare presidenti e direttori di fondazioni culturali, di istituzioni ed enti culturali, di fondazioni lirico sinfoniche, festival ed accademie, attraverso un potere individuale di scelta che è qualchevolta previsto dalla legge ma che è, altrevolte, esercitato di fatto con un sistema del «motu proprio» che ricorda quello tipico dello stato assoluto. Di fronte a questi processi, il sistema delle istituzioni locali rischia di trovarsi ancora più a rischio di quello statale perché, mentre nell'ordinamento dello Stato la personalizzazione della politica deve continuare a fare i conti con una forma di governo che è in crisi, ma che rimane pur sempre fondata sul governo parlamentare, sul piano locale la istituzionale debolezza degli assessori e la colpevole inerzia delle assemblee (soprattutto dei consigli comunali) ha avuto la conseguenza di affidare il rapporto fra la politica e la cultura a procedure sommarie e poco trasparenti che favoriscono decisioni puramente «politiche» e non fondate sull'obbligo di motivare adeguatamente il perché delle nomine, il motivo dell'aumento, della diminuzione, del diniego o della revoca delle sovvenzioni nel settore cultura. Tutto questo appare aggravato dal fatto che le fondazioni bancarie che avevano avuto dalla legge il compito di promuovere e finanziare la cultura attraverso analisi e valutazioni proprie in relazione alle autonome esigenze culturali delle comunità, sembrano aver assunto un ruolo sostanzialmente ancillare rispetto alle richieste che provengono da quel sistema istituzionale locale che ha il potere formale, odi fatto, di nominare per intero o in prevalenza i vertici delle fondazioni stesse. Purtroppo, e perciò che riguarda il rapporto fra cultura e politica, mentre nei primi venti anni della Repubblica il potere locale, allora quasi del tutto privo di un sistema di competenze proprie, seppe porsi come un modello positivo, spesso altemativo a quello centrale, consolidando o creando prestigiose istituzioni culturali e difendendo la loro autonomia, il sindaco di una città ha oggi il potere di prendere da solo decisioni che smantellano istituzioni di prestigio internazionale (mi riferisco, come è evidente, al Maggio Musicale) mentre laculturaviene posta al servizio della politica fra «eventi» musicali invasivi ma consigliati dal «marketing»; nuove stagioni estive affidate non a soggetti culturali ma ad operatori commerciali promotori del proprio stars system; finte inaugurazioni di teatri ancora da completare; ricerche artistiche e restauri fantasiosi; cotto nelle piazze; il tutto deciso, appunto, con motu proprio, anche in spregio alle opinioni prevalenti della comunità culturale e scientifica. Di più: l'impossessamento politico della cultura da parte del sindaco, diviene oggi istituzionale con l'attribuzione a se stesso dell'asessorato di riferimento. E' in crisi il rapporto fra cultura e politica o incomincia ad essere in crisi la stessa democrazia?