La cultura è un'industria. Concetto facile a dirsi, ma difficile da mettere a fuoco. Perché intanto bisogna intendersi sul perimetro da dare alla definizione. Se si sposa un'interpretazione allargata in cui comprendere dal cinema alla musica, dall'architettura al design, dai musei alle biblioteche, dalle arti visive all'enogastronomia allora si può dire che il settore nel 2010 ha determinato un valore aggiunto di 68 miliardi di euro e impiegato 1,4 milioni di persone. Cifre di tutto rispetto, perché corrispondono come spiega lo studio di Unioncamere, in collaborazione con la fondazione Symbola e l'Istituto Tagliacarne, presentato l'estate scorsa al 4,9 del valore aggiunto prodotto dall'intera economia ed è un settore in cui trova lavoro il 5,7 degli occupati. Ma soprattutto, l'industria culturale continua a crescere, perché nel triennio 2007-2010 è riuscita ad agguantare un 3 (contro lo 0,3 complessivo) e ha assunto 13mila persone (0,9), in controtendenza rispetto al resto dell'economia, costretta a una flessione di circa il 2 per cento. Nonostante queste performance in Europa rimaniamo fanalino di coda. Basta guardare la classifica Eurostat degli impiegati nel settore culturale per rendersi conto che il Belpaese è al di sotto della media Ue. E anche a voler tener conto dei diversi parametri con cui spesso vengono confenzionate le ricerche, il risultato trova riscontro in altri dati. Per esempio, nel fatto che ed è sempre lo studio Unioncamere a dircelo nel grande perimetro della cultura non tutti gli ambiti si muovono all'unisono. Se cresce il peso economico delle industrie culturali e creative (cinema, editoria, architettura, ecc.) e delle arti visive, arretra quello più propriamente legato al patrimonio culturale (musei e monumenti), dove diminuisce il valore aggiunto (-0,6 nel periodo 2007-2010) e calano gli addetti (-8,7). Fatto che trova una giustificazione (seppure non in un rapporto di causa-effetto) nella fotografia della spesa pubblica in cultura scattata dalla fondazione Rosselli attraverso il sistema dei conti pubblici territoriali, sistema che a sua volta definisce confini ancora diversi di "cultura", ma in cui sicuramente trovano posto la tutela e la valorizzazione del patrimonio. Ebbene, nel 2000 i sovvenzionamenti alla cultura rappresentavano il 2,10 dell'intera spesa pubblica, scesi nel 2008 (ultimo anno rilevato) all'1,03 per cento. Eppure, a guardare l'incidenza della spesa culturale sul Pil, l'Italia è allineata agli altri Paesi: secondo le elaborazioni fatte da Intesa Sanpaolo e Ask Bocconi su dati Eurostat 2009 e presentate in una ricerca dello scorso ottobre, il rapporto è dello 0,4 per cento. Solo in Spagna si sale allo 0,7 per cento. «Attenzione, però avverte Stefano Baia Curioni, direttore della laurea specialistica in economia dell'arte e la cultura alla Bocconi che la comparazione spesaPil non dice tutto. Bisogna anche considerare le dimensioni del nostro patrimonio e la sua diffusione sul territorio. Ma soprattutto, va tenuto conto di come quelle risorse vengono spese. Problema che si porrà tanto più ora, in un momento di tagli: non c'è, infatti, da pensare che laddove il pubblico arretra, possano sopperire i privati, perché è dimostrato che il privato investe dove il pubblico è forte». Dunque, come fare in modo che l'industria della cultura continui a crescere? E ancora prima, si può veramente parlare di industria della cultura? «Sì risponde Baia Curioni ma a patto che si esca dagli slogan e si abbia consapevolezza dell'articolazione del settore e della complessità delle misure che occorrono per rilanciarlo. Perché è indubbio che esistono grandi margini di miglioramento. Occorre, però, creare le condizioni strutturali perché l'investimento dia risultati. Bisogna intervenire sulla spesa del ministero, gravato da un contingente enorme di personale poco qualificato, perché negli anni scorsi sono stati imbarcati soprattutto custodi e addetti amministrativi. Si tratta, per esempio, di riqualificarlo e Civit (la commissione indipendente per l'efficienza delle pubbliche amministrazioni, ndr) sta lavorando in questo senso. A livello locale occorre poi creare agende di politiche culturali condivise, senza l'attuale spezzatino tra comuni, province e regioni. Bisogna, infine, ripensare il rapporto tra pubblico e privato, perché il modello attuato nella gestione dei servizi aggiuntivi dei musei si è dimostrato fallimentare». Fattori su cui si concentra anche l'analisi di Bruno Zambardino, responsabile del settore cinema e cultura della fondazione Rosselli: «La spesa del ministero sottolinea è in gran parte destinata al personale e con quel poco che viene destinato agli investimenti si punta a sovvenzionare l'offerta. A differenza di quanto accade in alcune realtà locali, dove si cerca di sostenere la domanda, così da innescare un effetto a catena. Eppoi, c'è il discorso del mecenatismo, qui da noi per nulla diffuso. Si dovrebbe favorire il contributo del singolo cittadino, incentivandolo non solo con la defiscalizzazione ma anche con procedure burocratiche snelle, che lo rendano effettivamente praticabile». Il Manifesto Sul Sole 24 Ore Domenica del 19 febbraio è stato presentato il Manifesto «Per una costituente della cultura». I cinque punti Una costituente per la cultura; strategie di lungo periodo; cooperazione tra i ministeri; l'arte a scuola e la cultura scientifica; sgravi ed equità fiscale collaborazione pubblico-privato Le adesioni Molte le adesioni raccolte fra personalità illustri: tra gli altri, Andrea Carandini, Maurizio Pollini, Daniel Barenboim, Sergio Escobar, Claudio Abbado, Stephane Lissner, Salvatore Settis, Remo Bodei, Carlo Fuortes, Giorgio Parisi,Franco Cardini, Lluis Pasqual, John Banville, Dacia Maraini, Lorenzo Bini Smaghi, Ernesto Ferrero, Toni Servillo.
Quando la cultura diventa industria
L'industria culturale è un settore economico che ha determinato un valore aggiunto di 68 miliardi di euro nel 2010, impiegando 1,4 milioni di persone. Tuttavia, l'Italia rimane al di sotto della media europea in termini di impieghi nel settore culturale. Lo studio Unioncamere ha rilevato che il settore culturale ha cresciuto del 3% tra il 2007 e il 2010, mentre il resto dell'economia ha subito una flessione del 2%. Il settore culturale è diviso in due categorie: quelle legate alle industrie creative (cinema, editoria, architettura, ecc.) che crescono, e quelle legate al patrimonio culturale (musei e monumenti) che arretrano.
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Bene culturale
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