Chi non conosce il rosso pompeiano. Quel rosso acceso che ha ispirato i vedutisti dell'ottocento. Che ha fatto il giro del mondo attraverso duemila anni e che, ancora oggi, è glamour. Ebbene quel rosso, ideato dagli antichi romani per decorare gli ambienti sfarzosi dei patrizi, proprio a Pompei sta morendo. Ormai sbiadito dall'incuria, dal degrado, dai ritardi e dal tempo si sta sgretola con l'umidità, galleggia nelle pozzanghere d'acqua, che ormai fanno parte del contesto archeologico, e vola via con il vento. Ieri l'episodio clou: tre metri quadrati del rosso pompeiano che affrescano le pareti dell'atrio della casa della Venere in Conchiglia, lungo via dell'Abbondanza, si è sbriciolato. «In seguito delle cattive condizioni meteorologiche», fanno sapere dalla soprintendenza. Alcuni dei frammenti, però, non sono stati rinvenuti e quindi, per ripristinare l'originale rosso pompeiano, i restauratori dovranno ricostruirlo in laboratorio. Ma non è l'unico affresco ad aver ceduto alle intemperie. Analoghi distacchi - è stato scoperto sempre ieri - hanno interessato la superficie di rivestimento in cocciopesto grezzo di una delle pareti della fullonica ubicata nella Regio VI, insula 14, e di uno stipite situato lungo vicolo delle Terme Regio VII, insula VI, lungo via Stabiana. Per non parlare dell'intonaco caduto dal muro esterno del centralissimo Tempio di Giove, appena venerdì scorso. «I tecnici, guidati dal direttore degli scavi Antonio Varone, sono intervenuti per predisporre un intervento di ripristino da parte dei restauratori del locale laboratorio di restauro, che garantirà il recupero pressoché totale dei paramenti», spiega una nota della Soprintedenza. Ma lo scetticismo si fa spazio. «Come sarà possibile - si chiede un custode, dallo sguardo affranto per i tanti, troppi cedimenti a cui ha dovuto assistere nell'ultimo anno - visto che i frammenti del prezioso rosso si sono intrisi d'acqua e sono volati via con il vento?». L'ennesima ferita al patrimonio culturale è stata scoperta alle 8 di ieri. Dopo la segnalazione si è innescato l'ormai rito investigativo di routine: i carabinieri raggiungono il luogo del «delitto»; sequestrano l'area; sentono gli addetti alla vigilanza che hanno denunciato il «reato» e il direttore degli scavi per quantificare l'entità del danno; informano il magistrato della procura di Torre Annunziata il quale, a sua volta, apre un nuovo fascicolo d'inchiesta. Venuti a conoscenza dell'ennesimo danneggiamento, i turisti erano intenzionati a scattare foto e a filmare quella che ormai è conosciuta come «la lenta morte di Pompei». Non è stato possibile, però, raggiungere via dell'Abbondanza. Per il forte vento che ieri soffiava su tutta la Campania, alcune zone dell'area archeologica sono state transennate e vietate al pubblico in maniera cautelativa. Il rischio che il vento avrebbe potuto essere la causa di nuovi crolli era alto, tanto da spingere a interdire le aree più visitate: l'Anfiteatro per il pericolo di caduta pigne e via dell'Abbondanza, già interessata dal crollo totale della Schola Armaturarum. Ai turisti è così rimasto ben poco da visitare. L'amarezza è stata tanta che, al termine della visita, hanno manifestato il proprio rammarico agli addetti dell'ufficio informazioni. La casa della Venere in Conchiglia è già stata oggetto, in passato, di episodi che ne hanno danneggiato gli affreschi. Nel 2001, infatti, i carabinieri pompeiani bloccarono un pregiudicato napoletano dopo che questi aveva sfregiato l'affresco della Venere con un punteruolo, per disegnare un cuore ed incidere, all'interno, le sue iniziali e quelle della sua amata. Era il giorno di San Valentino e il pregiudicato, denunciato per danneggiamento ad un'opera d'arte, aveva così giurato amore eterno alla fidanzata.