IL RELITTO DELLA CALA E LA ROTTA PER LALGERIA Una barca depoca varata nel 1946 e che andrebbe restaurata Un libro ne racconta la storia che comincia a Trapani passa da Orano e finisce a Palermo A Palermo, sulla testata settentrionale del semicerchio perfetto della Cala, è stato sistemato quel che resta, assai poco, della prora sbrindellata di un bastimento di legno. Metà carcame marino metà installazione artistica, messa lì come a ricordare le infinite insidie che quella scodellata di mare in apparente bonaccia perenne è capace di nascondere. Perché essa là dentro, che era tutto un fradiciume di liquami e di relitti marciti, ha perduto il resto del suo corpo. Gli habitué della banchina, i pescatori e gli uomini dei cantieri, conoscevano quel bastimento perduto col nome di Matilde Fiore: qualcuno lo ricorda motoveliero zavorriero per pietrisco e rinfuse; altri ruvido battello da diporto in attesa di trasformarsi in yacht di lusso. Il nome di battesimo, quando carico di speranze scivolò sullo scalo del cantiere Pasquale Aurilia di Torre del Greco, era un altro, «nello specchio di poppa abbellito da intagli dorati». Le virgolette stanno a indicare che la frase è una citazione, ripresa da un libro dove il bastimento è il protagonista, e il testimone del coraggio del suo armatore. Più che un libro, è il diario di vita delluomo che quel bastimento aveva voluto, tanto da indebitarsi al limite, e forse un po oltre, delle sue possibilità. Si chiamava Paolo Caruso ed era trapanese. Il figlio Tore, ingegnere navale lontano dalla sua città natale per lavoro, ha deciso di pubblicarlo, il titolo copiato dalla frase pronunciata dal padre a scaramanzia il giorno del varo: "Acqua davanti e " vento darréri, cioè dietro (Arti Grafiche Corrao, Trapani). Era il 1945, a Trapani. Il porto era ancora un groviglio di carcasse affondate; le banchine sconquassate dalla guerra, che aveva sbriciolato anche lemporio di forniture navali della famiglia, erede dello stabilimento di veleria. Paolo e Salvatore, suo padre, volevano uscire da quella condizione senza speranze. Cominciarono a rischiare con i noli navali. Qualche volta, con un carico di contrabbando fra le due rive dello stretto di Messina: a Trapani mancava ancora quasi tutto ma certamente non il sale. I noli per un po resero bene, ma presto i due Caruso si convinsero che fosse necessario avere un bastimento proprio. Impegnarono tutti i soldi e il credito che avevano e commissionarono la nave al cantiere di Torre del Greco, quelli di Trapani erano pieni di lavoro. Il Mediterraneo era ancora a rischio mortale, mine vagavano mare mare, i porti erano ingombri di relitti e rimanevano qua e là sbarramenti minati. Ma alla fine di dicembre del 1945 la famiglia Caruso ebbe la sua nave, che l1 gennaio del 1946 fu iscritta a matricola a Trapani: si chiamava Giovanna Caruso, nome della moglie di Paolo, due alberi armati a goletta con 60 metri quadri di velatura, lunga poco meno di 30 metri fuori tutto, motore Ansaldo da 80 cavalli. Il primo viaggio fu tra Catania e Genova, carico di arance. Quando tornò a Trapani ci fu festa a bordo sotto lo sventolio del gran pavese. La gente di mare sentenziò: sarà barca fortunata. Per quindici anni lo fu. Trasportò di tutto, dalle arance al carbone. Una volta portò da Castellammare di Stabia a Orano in Algeria 150 tonnellate di doghe per botti, 900 miglia in un mare dicembrino che quasi subito fu di burrasca da ponente. Per diciotto giorni, senza radio, nave e equipaggio non dettero notizia di sé finché arrivò un telegramma e lincubo delle famiglie svanì. Era stato azzardo grande ma aveva fruttato più di due milioni. Quando non fu più adeguata alle esigenze del traffico, la Giovanna fu venduta a altri armatori trapanesi. Sostituita con una motonave di ferro. Cambiò nome: Matilde Fiore. Di vendita in vendita, passò a Lipari, tornò a Trapani e infine a Palermo, dove alcuni giovani diplomati dallIstituto Nautico lacquistarono e la trasformarono in un rustico bastimento da diporto. La Giovanna, uscita dalla storia del libro entrò in quella della burocrazia marinara scritta sui registri della Matricola delle navi della Capitanerie. Fino al suo ultimo destino. Che sarebbe stato quello di diventare un lussuoso yacht da crociera, armato da Benny DAgostino, padrone della Sailem, colosso dei lavori marittimi. Il progetto naufragò perché limprenditore, in procinto - come scrissero i giornali - di sparire in Malesia con tutta la famiglia, fu arrestato allalba del 24 novembre del 1997: accuse gravi, un groviglio daffari di mafia. Con lui, di lì a poco, naufragò non metaforicamente anche il Matilde Fiore, lasciato a marcire attraccato al molo del cantiere dellItalnautica dellingegnere navale Alberto Cambiano, a cui era stato affidato il restauro e il restyling. Rimasero allasciutto solo i due alberi, già disarmati, che adesso svettano sul molo del porticciolo turistico dellArenella. Lacqua putrida della Cala allargava le sconnessure del fasciame, il sole spaccava il ponte e lopera morta, lo scafo sappoggiò sul fondo. Lì rimase finché non fu il momento di bonificare quella discarica marina. Si scoprì allora che il Matilde Fiore ex Giovanna Caruso era «barca depoca». Quindi da salvare, restaurare e tutelare. Ci furono riunioni fra ditta incaricata della bonifica, Sovrintendenza del Mare, Capitaneria di porto, Autorità Portuale, fu prevista perfino la cifra di spesa, 112.375, 68 euro. Discorsi persi, perché lincarico di recuperare il relitto, «in modo da preservarlo il più integro possibile», fu affidato allimpresa che doveva ripulire la Cala con una gru pontone che strappava dal fondo, rudemente, tutto quello che trovava. «Così sfascerete tutto»: inutilmente lingegnere Cambiano, più di cinquantanni di esperienza nella costruzione e nel restauro di scafi in legno, proponeva di dividere in tre o più parti lo scafo semiaffondato, recuperarle una per una e poi riassemblarle. Le ganasce ottuse del pontone afferrarono e sbriciolarono tutto. Si salvò solo la guancia destra della prua, insieme con un brandello di quella sinistra e poco altro. Il tutto, ripulito e messo in condizione si stare dritto, costituisce adesso il carcame darte esposto sulla banchina. «Però, se non si esegue un restauro trattando il legno come si deve - osserva lingegner Cambiano - prima o poi marcirà anche quello».