Inserita nel film in cui Totò voleva vendere la Fontana di Trevi ad un turista americano, la storia di un crocifisso-patacca, attribuito a Michelangelo e venduto per un valore enorme, potrebbe essere persino divertente, ma se questo accade non in una commedia all'italiana ma in un ministero italiano, e per giunta quello dei Beni culturali, la cosa assume contorni meno comici, sfiora il ridicolo e diventa sia una vergogna pubblica sia un grave danno economico per il Paese. I fatti, che hanno dell'incredibile, sono andati più o meno così. Nel 2008 l'architetto Roberto Cecchi, allora direttore generale del ministero dei Beni e delle attività culturali, detto anche Mibac, e oggi, promosso sottosegretario nello stesso ministero, ha chiesto e ottenuto l'acquisto di un crocefisso attribuito al Buonarroti. La mostra, dedicata all'opera pagata tre milioni e 250mila euro, venne subito inaugurata con discorsi solenni ma a distanza di poco più di due anni c'é chi sostiene che l'opera non è stata realizzata da Michelangelo, la Corte dei conti ha rinviato a giudizio Cecchi e con lui altre quattro persone per danno erariale. La provenienza del Cristo non fu mai accertata con precisione. Si parlò di una "derivazione fiorentina" anche se quel Cristo era stato precedentemente acquistato per diecimila euro negli Stati Uniti. La Cassa di Risparmio di Firenze, per esempio, aveva rinunciato a comperarlo e per una cifra sei volte superiore, pari a 18 milioni di euro, lo stesso dicastero dei Beni culturali, quando era diretto da Francesco Rutelli, aveva espresso parere negativo all'acquisizione del crocifisso. Secondo molti studiosi il Cristo sarebbe un prodotto seriale del valore di poche migliaia di euro che il Mibac ha pagato circa 150 volte il suo reale valore. L'abbaglio preso dal professor Cecchi, merita tuttavia che qualcuno paghi pegno e si assuma la responsabilità di una storia che getta un alone non consono sul mondo dell'arte italiana e sul nostro Paese, truffato alla stregua di un turista allocco. Dimissioni o non dimissioni, quindi, il senso del ridicolo resta e anche il sospetto che tutto poteva essere gestito con più rigore e con maggiore rispetto per il denaro pubblico.