Roberto Cecchi Sottosegretario ai Beni culturali In Italia la metà dei 37 milioni di visitatori annui entra in soli 8 dei 424 musei statali. Un'opportunità anche per il mondo dell'imprenditoria Il Manifesto per una Costituente della Cultura è un documento importante. Per la prima volta, a mia memoria, il mondo dell'economia parla coi lemmi propri dei beni culturali e con aggettivazioni che non avrei difficoltà a sottoscrivere parola per parola. Si tratta di un sentire comune che deve trovare un atteggiamento di analoga caratura. È soprattutto il mondo della cultura a doversi togliere di dosso preconcetti e pigrizie che, oggi più che mai, risultano inadeguate. Finora l'investimento in cultura è stato percepito e invocato come mero sostegno - non importa se in restauri, acquisti di opere, concerti, convegni - chiesti a una imprenditoria consegnata a un ruolo di elemosiniere chiamato a tenere in vita un settore incapace di auto sostenersi. Di qui l'uso prevalente di termini come sponsor e del più nobile mecenate che però segnalano una radice assistenzialista, richiamano a loro volta sostentamento e protezione. Nulla a che fare, dunque, con quel carattere di distaccata nobiltà che siamo soliti attribuire al mecenatismo rinascimentale. Per questo continuiamo a guardare con sussiego - un po' dall'alto al basso - a mecenatismo e sponsorizzazione: un modo per marcare una distanza di sicurezza dalla produzione di beni materiali e dall'idea di profitto; in uno schema nel quale la cultura si auto assegna un'aura di bene e virtù che con garbo tiene distante il mondo luciferino dell'imprenditoria, della ricchezza e del danaro. Un soggetto da cui attingere risorse ma da tenere in gran dispitto di dantesca memoria. Tutto ciò può apparire un'esagerazione, ma non lo è. Ne è la prova del dibattito confuso e talvolta rissoso che ha accompagnato un'importante e recente sponsorizzazione durante il quale è echeggiato più volte il concetto - quasi uno slogan - dell' «evitiamo lo sponsor alzando il prezzo del biglietto». Non una riflessione, dunque, sul sistema pubblico-privato, ma il ricorso alla logica del balzello, in controtendenza, inoltre, con quando accade altrove, laddove si è imboccata, da tempo, la via dell'abolizione del prezzo del biglietto per i musei statali, attivando la capacità del privato di garantire il reperimento delle risorse necessarie. Tutto ciò va superato. Va abbandonato il concetto di sponsorizzazione e mecenatismo per arrivare a forme consapevoli e mature d'imprenditoria culturale. Occorre che l'eccellenza di cui il Paese dispone, il proprio patrimonio culturale, finisca di essere considerato alla stregua di una sorta di riserva indiana per divenire un'opportunità anche per il mondo dell'imprenditoria, nel più rigoroso controllo dei principi di tutela e conservazione. È stato detto e scritto autorevolmente che la sfida della globalizzazione può essere vinta solo da un territorio fortemente caratterizzato e con una identità definita. Ed questo ciò di cui disponiamo. I circa cinquemila musei (tra questi i 424 dello Stato) che si dislocano su 858.000 metri quadrati di superficie calpestabile e una superficie espositiva di 350.000 metri quadrati; i 12 milioni di metri quadrati di parchi archeologici; i 24 milioni di volumi in 46 biblioteche. Per non parlare del patrimonio mobile che vale milioni di pezzi d'inestimabile valore, distribuito su tutto il territorio nazionale. Un enorme sistema a rete, dunque, che va valorizzato per questa sua capacità di coprire capillarmente ogni angolo della Penisola. L'esatto contrario della polarizzazione. Di quel processo, cioè, che tende ad accentuare l'attenzione su ciò che viene già oggi ampiamente visitato. Uffizi e Colosseo non hanno bisogno di incrementare il numero di visitatori. Il progetto deve essere orientato sul resto. Oggi la metà dei 37 milioni di visitatorianno entra solamente in 8 dei 424 musei statali; e 1'85 di quei visitatori entra in soli 65 musei. Il che significa che gran parte del patrimonio museale, anche di valore straordinario, è a tutt'oggi sottoutilizzato e invisibile al grande pubblico; con costi che non corrispondono a un servizio adeguato. Un dato di realtà che si traduce in un'opportunità sociale ed economica che non viene colta. Per andare oltre questi limiti, evidentissimi, per dare respiro alle potenzialità inespresse, c'è bisogno dell'intelligenza di tutti. Anche e soprattutto del mondo di un'imprenditoria che non può essere ristretta in un ruolo ancillare come quello dei servizi aggiuntivi. Un mondo che deve essere chiamato a offrire il proprio contributo d'idee e d'esperienza. Per questo vanno trovate le forme perché ciò possa accadere, massimizzando le potenzialità di un settore strategico per lo sviluppo del Paese. Per evitare equivoci, debbo chiarire che questa visione non può essere immaginata come sostitutiva del compito di tutela affidato alla Stato; anche perché non ci sarebbe modo di far fronte a questo compito con le sole risorse private. Men che mai in una congiuntura economica difficile come quella attuale. Lo Stato deve continuare a fare la propria parte, attestandosi prevalentemente sul fronte della tutela e sull' attività di regolazione, lasciando prevalentemente ad altri quello di erogazione di servizi, investendo quel che serve nella prospettiva e nella convinzione che quelle risorse non sono un investimento inutile. Quelle risorse, seppur marginali quali quelle che sono state finora erogate sono in grado di garantire la salvaguardia del patrimonio culturale e dunque l'identità forte del Paese, come prospettiva virtuosa anche in termini di sviluppo.
Un patrimonio in rete capillare
Il sottosegretario ai Beni culturali Roberto Cecchi sostiene che la metà dei 37 milioni di visitatori annuali in Italia entra solo in 8 dei 424 musei statali. Questo rappresenta un'opportunità per il mondo dell'imprenditoria. Il Manifesto per una Costituente della Cultura è un documento importante che richiama l'attenzione del mondo dell'economia sui beni culturali. Cecchi sostiene che il mondo della cultura deve superare preconcetti e pigrizie e che l'imprenditoria deve essere chiamata a offrire il proprio contributo d'idee e d'esperienza. Egli propone di valorizzare il patrimonio culturale italiano, che comprende circa 5.
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Bene culturale
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