Giulio Muratori Capo delegazione Fai Padova L'importante intervento che sta per avviarsi nel complesso del Santo è un chiaro esempio del modo fuorviante in cui in Italia si considera il restauro. Contrariamente a quanto succede in Francia, dove accanto ad ogni cattedrale c'è una fabbrica per la sua manutenzione ordinaria, o in Germania, da noi prima si arriva al tracollo e poi ci si accorge dell'urgenza di un intervento che diventa così straordinario. E a forza di restauri d'emergenza va a finire che si perde la sostanza della forma originaria del monumento, secondo la teoria della "semplificazione" ideata da Camillo Boito a metà dell'Ottocento. Solo accorgendosi subito del degrado si può intervenire con il risanamento o tutt'al più con la sostituzione di una minima parte del manufatto, senza così stravolgerne la forma semplificandola. Nel complesso antoniano invece il legno di alcune travi, oggi irrecuperabili, verrà sostituito con l'acciaio. Ci fosse stato un costante monitoraggio delle travature - basta un abile operaio con un buon orecchio, munito di martelletto, al lavoro almeno una volta l'anno e non più di qualche giorno, con costi dunque non proibitivi - non sarebbero marcite. Il legno, se trattato in modo corretto, è un materiale dalla durata incredibile, a meno che non venga danneggiato dai parassiti o dalla mancanza di traspirazione, che impedisce di eliminare l'acqua. Sant'Antonio andrebbe dunque quotidianamente monitorato per evitare l'emergenza. Da non sottovalutare poi che gli interventi di manutenzione straordinaria sono impegnativi e hanno costi elevati, straordinari appunto. Il Santo fu costruito nel Trecento per volere dei padovani, che diedero per questo vita alla Veneranda Arca. La basilica non fu espropriata neppure da Napoleone perché apparteneva alla città, non al clero né ad un ordine monastico. Fu solo con i Patti Lateranensi che passò nelle mani del Vaticano. Non fu così per un'altra basilica cittadina, quella di santa Giustina, oggi di proprietà del ministero, un tempo dei benedettini, che con Napoleone persero quasi tutti i loro beni. Spetta all'attuale proprietà del Santo prendersi cura di un monumento di così eccezionale valore, non solo religioso ma anche storico e artistico, e mi auguro che lo Stato Pontificio, attraverso la Veneranda Arca, riesca a restituire il Santo alla città. La sua basilica solo in parte ha una ricaduta sulla città "laica". Purtroppo il massiccio flusso di pellegrini molto spesso viene a Padova solo per Sant'Antonio: la sua è una sosta mordi e fuggi, che non implica una visita alla scoperta della città. Padova dovrebbe ideare un percorso devozionale che possa coinvolgere i pellegrini almeno per una giornata. La città è ricca di tesori artistici dalla profonda valenza religiosa: ad esempio, Santa Giustina custodisce le spoglie di San Luca e con questa nuova chiave di lettura potrebbe offrire un'altra occasione di preghiera per milioni di turisti che fanno (mora tappa solo al Santo. Senza dimenticare ad esempio altri luoghi di culto come il santuario di padre Leopoldo.