L'intervista Perissich (Confindustria) Il nostro «brand» può spingere grandi gruppi internazionali a collaborare con questo territorio Luigi Perissich, direttore generale dei servizi innovativi e tecnologici di Confindustria nazionale. Fiorentino, da anni lavora tra Bruxelles e Roma: nello studio di Civita, uno degli elementi che emerge è che tutte le città d'arte come Firenze, per le piccole dimensioni, non riescono a «mettere a frutto tutte le opportunità offerte dall'industria culturale», non riescono ad essere autosufficienti. E possibile superare questo gap? «Un possibile approccio innovativo è la fruibilità, l'accessibilità, la qualità dell'esperienza del cittadino-utente-cliente dei beni culturali. I musei più innovativi, all'estero, sono mirati a rendere l'esperienza culturale la più interessante e affascinante possibile. E' il cittadino che va messo al centro dell'investimento: in molti di questi musei ci sono aree per bambini, vengono usati strumenti per rendere comprensibile cosa si sta vivendo. E poi, c'è la produttività». Aumentare la produttività di cosa? «La gestione del patrimonio culturale non è mai stata guardata come un'industria. Anzi, la cura della produttività è stata considerata negativa: la cultura deve rendere, è una frase indicata come una bestemmia. Eppure, le grandi Capitali o le reti di beni culturali all'estero hanno tenuto conto proprio di questo aspetto, puntando ad una produttività superiore, grazie agli investimenti». Viene da rispondere: la cultura non può essere legata solo al profitto, considerarla solo merce potrebbe cancellare il patrimonio «meno produttivo»... «E' chiaramente giusto che lo Stato investa, e deve farlo, nella cultura e nel suo patrimonio, come deve investire in ricerca e innovazione più di adesso. Ma non è più sufficiente. Le smart cities e le nuove tecnologie hanno aperto possibilità di creare valore anche nei beni culturali. Firenze a la Toscana potrebbe avere un ritorno importante anche per le imprese dei beni culturali che producono beni e servizi innovativi, che possono diventare prodotti d'esportazione anche all'estero: Cina e India stanno affrontando ora il tema della gestione corretta del patrimonio Una crescita nazionale che gira intorno ai beni culturali è possibile». Però lo studio di Civita fa tornare in mente la provocazione dell'ex assessore Giuliano da Empoli: Firenze è la più piccola tra le città globali. Che ne pensa? Siamo troppo piccoli o poco globali? «Firenze è senz'altro una città globale, internazionale, è meta desiderata da milioni di persone che la visitano e l'hanno visitata nella storia: Firenze è nella mappa globale. E anche più globale di altre città più "internazionali"». E quindi troppo piccola? «Conta più la capacità di tante realtà che transitano per Firenze di riuscire a incidere, a diventare parte della governance o comunque del modo di pensare. Ora incidono poco: anche quando ero ventenne, ho visto gli studenti delle università Usa spettatori della città, non contribuiscono ad una politica di eccellenza. Questa è stata l'incapacità dei fiorentini, o forse di chi ha avuto le leve della governance: non di aprirsi a un dialogo globale. Firenze è nella mappa delle grandi città globali, ma resta impermeabile. Perlomeno, chi decide le strategie». A Firenze, sul fronte delle università Usa con il progetto Link e delle eccellenze come l'Istituto universitario europeo che cura la Davos dell'Europa, qualcosa si muove: possono servire da «catalizzatori» per questa trasformazione «globale»? «Sì: il brand Firenze è così importante e noto che qualunque realtà internazionale credo possa essere interessata a partecipare ad un progetto, ad un think tank come esempio di smart city in una realtà densa di storia e tradizione medievale proiettata con nuove tecnologie verso una città connessa ed efficiente. Occorre che ci sia un scelta politica di aprirsi, a idee e soggetti nuovi, ed in modo strutturato.Anche a costo di essere criticati. Sull'Economist di dicembre si parlava di Firenze e della mostra sui Medici banchieri:l'esempio di un tema ben posto in cui la tradizione di leadership del sistema bancario, riportata su un evento culturale, crea una opportunità. Perché Firenze, ormai, è in competizione col mondo: occorre rinnovare. Anche la sua notorietà».