Lo studio di «Civita» sulla creatività in Europa ci esclude dalle 12 città modello Ma premia la scelta di Palazzo Strozzi e l'intesa Stato-Comune sulla card dei musei La ricetta del sindaco Renzi: «Lo stop delle auto al Duomo, grande operazione di socializzazione. E adesso avanti con la lotta alla rendita» I due esempi. A Edimburgo e a Siviglia tassi di sviluppo sopra la media puntando su questo tipo d'innovazione ROMA Uno studio sulla creatività in ambito culturale di 12 città europee in cui Firenze non c'è, perché non è stata presa come «modello». Ma nelle centinaia di pagine del volume realizzato dalla fondazione Civita, presentato ieri al Maxxi di Roma alla presenza dell'ex sottosegretario Gianni Letta, del sindaco di Firenze Matteo Renzi e di quello di Salerno Vincenzo De Luca, si parla anche di Firenze. Una città in cui, secondo Renzi, «con la cultura si è mangiato anche troppo». E il «mantra» di Renzi: una frase da leggersi come lotta alla rendita, e alle rendite di posizione presenti in città. Uno sforzo che lui rivendica anche di fronte alla platea del Maxxi: «Contestare la frase di Tremonti ("con la Cultura non si mangia") comporterebbe necessariamente una profonda revisione del paradigma dello sviluppo che abbiamo in Italia, attribuendo un nuovo ruolo alla cultura e impostando il rapporto fra questa e le comunità urbane ha proseguito Renzi Il quesito chiave è il seguente: come cambiare la politica culturale delle città dall'offerta alla domanda? Occorre da parte delle istituzioni una capacità di suscitare la domanda di cultura più che concentrarsi sull'offerta» concludendo che «a Firenze l'iniziativa più importante per risvegliare il bisogno di cultura ed alimentare la socializzazione è stata la pedonalizzazione di Piazza del Duomo». Ma il «modello» preso da Civita in Italia è quello di Salerno (anche se Milano resta la metropoli più creativa): la città guidata da De Luca «sta puntando la sua trasformazione sul superamento dei confini nazionali, per raggiungere standard che la eleggano a pieno titolo città europea» grazie agli interventi strutturali e di riqualificazione urbana. Nella ricerca curata da Marco Cammelli, professore di diritto amministrativo all'Università di Bologna e Presidente della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, e Pietro Valentino, docente di economia Urbana presso l'Università di Roma La Sapienza, pubblicata da Giunti, uno degli studi è dedicato proprio al rapporto tra sviluppo economico, disoccupazione, turismo e investimenti sulla cultura. Un quadro in cui fa la sua bella figura Bilbao, mentre Firenze (dati fino al 2009) appare fanalino di coda. Ma, a parte le statistiche (non aggiornatissime), sono le conclusioni che se ne traggono che sono importanti, per una città la cui sfida è di ripensare il suo patrimonio culturale proiettato nel futuro. «Analizzando prima di tutto le variazioni dei redditi urbani pro capite si nota che le città che hanno puntato di più sulla cultura e sulla creatività negli anni più recenti (come, per esempio, Bilbao, Siviglia o Edimburgo) presentano tassi di crescita nettamente superiori alla media europea», si legge nel volume. La conferma di un altro studio, presentato durante Florens da The European House-Ambrosetti: un euro investito in cultura ne genera direttamente, indirettamente e di indotto 2,49. Non solo, prosegue lo studio di Civita: «Le altre città considerate, da Marsiglia, a Lione, a Manchester, e tutte le principali città d'arte italiane (Firenze compresa ndr), hanno registrato tassi di crescita del reddito inferiori alla media europea per diverse ragioni: in parte, perché hanno iniziato più tardi ad investire sul settore; in parte perché, e questo sembra essere il caso italiano, godendo di una "rendita di posizione" hanno investito meno e, infine, perché le strategie settoriali perseguite sono state o poco definite o scarsamente integrate con le altre politiche urbane». Ancora: solo il 3 per cento dei visitatori delle grandi mostre italiane sono passati da Firenze (Il fasto e la ragione agli Uffizi, Bernini e il ritratto Barocco, Mapplethorpe all'Accademia le tre mostre con maggior visitatori fino al 2010). Di Firenze, però, è preso in positivo il modello di rapporto tra pubblico e privato per Palazzo Strozzi e l'intesa con lo Stato per la valorizzazione comune dei musei. Giudizio negativo su tutto il sistema italiano, per Bernabò Bocca, vice presidente di Civita, riferendosi alla classifica che misura il Capitale Intellettuale urbano, sulla base di diversi indicatori e quindi le possibilità ad esso connesse: nessuna città italiana figura nella graduatoria della Price Waterhouse Coopers sulle Cities of Opportunity. Ed anche quest'anno la «classifica» vede Londra, Parigi e Berlino in testa. Come risultato di questa analisi, ne discende che «i nostri centri non sono in grado di sfruttare il loro potenziale, unico al mondo» spiega Bocca. Che conclude: «Oggi si inaugura la stagione delle scelte. Servono soluzioni vivaci, nuove, sostenibili. Ponendo la cultura al centro delle linee di governo più innovative da mettere in atto a qualsiasi livello». E infatti Letta ha commentato: il merito di Civita è lo sforzo a far «cooperare per la valorizzazione del nostro patrimonio culturale soggetti pubblici e privati. Il volume contiene indicazioni utili non solo per i Sindaci ma persino per i Ministri».