So bene come possono andare certe cose, sono stato per anni, al ministero, presidente del Comitato di settore per la storia dell'arte Premetto che, nella storia dell'arte, è importante distinguere tra «falso» e «cattiva attribuzione». La cattiva attribuzione riguarda un'opera comunque originale, d'epoca, cui si allega un nome sbagliato, e questo è il caso del presunto Michelangelo che è al centro del dibattito di questi giorni. Una cattiva attribuzione è errore veniale, se il nome proposto è di levatura qualitativa più o meno corrispondente all'artista «scambiato per». Desta una sgradevole meraviglia se, invece, il confronto tra il nome «pieno di desiderio» (come ironizzava Lionello Venturi) è di qualità abissalmente distante dall'opera: è il caso, appunto, del nostro Michelangelo, nome sfortunato (che sia il Buonarroti o il Caravaggio) per la non piccola percentuale di attribuzioni sbagliate che affliggono troppo di frequente i loro grandissimi nomi. Superfluo ripetere perché il piccolo Crocifisso in questione non può essere opera del sommo Buonarroti. L'occhio, esaltato dagli splendidi originali, cade di fronte a questo rachitico corpo dalle gambe troppo grosse, a questi polsi trafitti dai chiodi, e relative braccia, che sono di una meschinità scoraggiante. Sono stato per una decina di anni, al ministero, presidente del Comitato di settore per la storia dell'arte e so bene come possono andare certe cose. L'enunciato dell'attuale Comitato è molto eloquente: definiva incerta l'attribuzione a Michelangelo e in sostanza, di fronte all'esorbitante richiesta di 15 milioni, diceva: «Se proprio lo volete comprare, abbassate almeno, radicalmente, il prezzo». Si tratta di una formula di compromesso cui il Comitato, anche ai miei tempi, era costretto talvolta a ricorrere, non per gli acquisti su cui eravamo severissimi, ma per le richieste di prestiti per mostre in Italia o all'estero. Ci perveniva la pratica e dicevamo di no. Ma immancabilmente la volta successiva la pratica veniva ripresentata, con l'aggiunta che un «sì» sarebbe stato gradito al signor ministro. Il funzionario che accompagnava la pratica insisteva su questo punto e si finiva per acconsentire. Erano però cose di scarso conto, spesso si trattava di autorizzare l'invio di un piccolo dipinto su tavola (che come tale non dovrebbe viaggiare, anche se oggi, su questo, si è molto più di manica larga). Compensavamo allora la indigesta autorizzazione con un elenco di cautele da prendere. Quando però si trattava di opere davvero importanti e rischiose da trasportare, resistevamo sulla nostra linea del Piave: ricordo in particolare la richiesta americana di un grande marmo del Bernini della Galleria Borghese, per il quale giunsero inutilmente pressioni da autorità del riverito Oltreoceano. Da là furono spediti addirittura dei tecnici per spiegare a noi, in un campo che è l'unico forse o uno dei pochi in cui l'Italia è all'avanguardia con quale tipo di imballaggio si poteva procedere con sicurezza e tranquillità. Non so come siano andate le cose in questo caso. Immagino che pressioni dai piani superiori non siano mancate. Non credo possibile che, a suo tempo, Federico Zeri avesse esclamato: «Se non è Michelangelo è Dio». Semmai avrà detto, ironicamente, trattandosi del Cristo, «se non è Michelangelo è comunque Dio». Le parole di Salvatore Settis («Mi sembra un'ottima decisione») sono state smentite dall'interessato e ci tratteniamo dal metterlo in dubbio, non mi meraviglierebbero comunque da parte di uno studioso che non è uno storico dell'arte ma un archeologo e non può avere dunque la necessaria esperienza, in materia di scultura tra Quattro e Cinquecento.