Bari, pressoché unica fra le città metropolitane italiane, non ha un assessore alla cultura (cioè un amministratore che si occupi a tempo pieno di cultura). Però in compenso aspira a diventare città europea della cultura. Entro questo sfondo non certo esaltante, come possiamo meravigliarci delle non prudenti esternazioni del primo cittadino di Bari sulle biblioteche e sui bibliotecari? Ovvero delle non convincenti puntualizzazioni con cui sulla sua pagina di «second life» ha cercato di giustificarle? Qui termina la mia polemica e inizia la «pars construens» del mio intervento. Molte città metropolitane italiane vantano discreti o anche ottimi sistemi di biblioteche di quartiere integrate in rete virtuale e materiale con una biblioteca-madre, che dà loro linfa: la Public Librai), centrale o biblioteca comunale. Se il lettore volesse studiare un modello eccellente di ciò si rechi in una delle patrie del welfarismo bibliotecario, New York: lì fra le biblioteche di quartiere ne troverà alcune addirittura specializzate in specifiche materie e la biblioteca centrale la troverà a Manhattan, non nel Bronxs. Le poche biblioteche di quartiere fatte nascere in passato a Bari, proprio nel settennio dell'attuale sindaco sono state chiuse (come la splendida biblioteca dei ragazzi Mago Girò) oppure ridotte a simulacri burocratici. Se cerco un report di monitoraggio o di valutazione di queste biblioteche non lo trovo, non c'è: queste cose sono roba sofisticata, da Nord, non da Sud, soprattutto non da Sud-Bari. Questo discorso significa, per chi si intenda appena un po' di management bibliotecario, che Bari necessita di una Public Library centrale e che essa potrebbe nascere - come ho proposto durante gli «Stati Generali sulla lettura e il libro» del Pd coordinando la sessione Biblioteche - proprio nella ex Caserma Rossani, dato che insiste in un'area centrale e di pregio e quindi merita allocazioni non tendenzialmente elitarie (come purtroppo sono gli atelier per creativi, le esposizioni d'arte, eccetera.) ma che siano la casa accogliente e amichevole di tutti i cittadini, compresi i barboni e gli immigrati. Come ho sostenuto agli «Stati Generali», potrebbe anzi nascere con risparmio di spesa pubblica, unificando in un significativo nucleo d'avvio la Teca del Mediterraneo, la Mediateca Regionale e la ora chiusa Mago Girò. Vorrei ora aprire un altro orizzonte di cui dovrebbe occuparsi un assessore alla cultura a tempo pieno: l'integrazione biblioteche-musei-archivi (in gergo viene chiamata «integrazione MAB»). Torino, è vero, conta 800.000 residenti, quasi 3 volte Bari. Ma, con le debite proporzioni, schiera in modo coordinato e strategicamente governato una invidiabile «massa d'urto» di musei, archivi, biblioteche: il reparto «hard», non effimero, della cultura. La Divisione Cultura della Città di Torino ha pubblicato una brochure con sette percorsi museali che riuniscono 6o musei. Le biblioteche civiche torinesi, coordinate dalla Public Librai), centrale, sono una ventina. Un dépliant del 150 recita così: «A Torino scopri l'Italia». E noi a Bari cosa scopriamo? Mi fa male parlare bene di Torino e male di Bari, il lettore mi creda. Ma non è che il Comune di Bari sia solo: è in buona compagnia. La biblioteca Teca del Mediterraneo (Regione Puglia), che pure è una struttura molto valida, faticosamente aperta tempo fa anche tutti i sabati mattina, ora è aperta solo il primo sabato di ogni mese (perché? Negli altri sabati il cittadino deve fare penitenza o astinenza?). La Mediateca Regionale non è ancora decollata, salvo uffici amministrativi che non la riguardano, colà sistemati. La Biblioteca Nazionale (Mibac) soffre per il fatto che da anni viene diretta solo ad interim e la Biblioteca Santa Teresa dei Maschi (Provincia di Bari) non ha da molto tempo un direttore. Questa è la «questione meridionale», caro lettore: pensavamo che fosse stata superata? Se allarghiamo lo sguardo alla Puglia, non è irrilevante che l'ultima legge regionale pugliese sulle biblioteche risalga al 1979, nel frattempo in molte regioni (specie del centro-nord) si è giunti già alla terza generazione di nuove e innovative leggi. Se in Puglia una nuova legge riuscirà ad avere la luce e ad essere dignitosamente finanziata, dovrà sviluppare i poli e le reti bibliotecarie (oggi troppo faticosamente in costruzione), ausiliare le funzioni bibliodocumentali nelle città capoluogo (che concentrano il 3o96 della popolazione regionale) e nelle altre grandi concentrazioni urbane, premiare le buone pratiche. Peppino Cotturri in un acuto articolo pubblicato sul Corriere, ha osservato che la stagione politica del leaderismo e del personalismo uccide il «capitale sociale» di una Comunità e che la cittadinanza attiva potrebbe venire in aiuto. E proprio vero; di certo è vero che la «Civitas» ci prova e si spende, non si arrende. Come dimostra anche il significativo articolo scritto da Maria Laterza sempre sul Corriere in riferimento alle librerie che, con le biblioteche e gli altri presidi della lettura sono indispensabili per migliorare la vita dei cittadini. Presidente dell'Associazione Italiana Biblioteche