Professor Cammelli, che cos'è oggi una città? «In primo luogo è una concentrai» ne di saperi, di beni e di flussi di idee. Insomma, una risorsa E in tempi di crisi come questi, non valorizzare le risorse che ci sono è un errore imperdonabile». Marco Cammelli, docente di diritto amministrativo all'Università di Bologna e presidente della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, è curatore insieme a Pietro A. Valentino del volume "Citymorphosis" (il cui sottotitolo, "Politiche culturali per città che cambiano", spiega gia molto), una sorta di rapporto annuale dell'associazione Civita. Perché le città, spiega il presidente di Civita Antonio Maccanico, sono diventate centri propulsori e diffusori dello sviluppo regionale e nazionale visto che li vive 1'80 degli italiani. Lo studio analizza un campione di 12 medie e grandi località italiane ed europee proprio per capire qual è il ruolo che la cultura svolge al loro interno. Si può dire, professor Cammelli, che il valore della polis contemporanea è nella capacità di generare domande? «Si può dire, come sostengono gli economisti, che la parte significativa sta in quello che non si vede. Tutti osservano gli uffici aperti e i bus in strada ma in pochi si accorgono delle idee, dei progetti e dei saperi. E quello che non si vede è il valore aggiunto più significativo». Perché parla di occultamen«Perché di fatto dal punto di vista giuridico i luoghi in cui abitiamo sono occulti, inesistenti. Nel nostro ordinamento esistono i comuni ma non le città. Che, anche per questo motivo, non sono riuscite a esprimere negli anni le giuste energie». La centralizzazione, insomma, produce uniformità? «Sì. Il sistema istituzionale prevede finanziamenti e istanze calate dall'alto. Bisogna favorire, invece, un processo contrario: sono le cose che accadono nelle città che devono salire verso l'alto». La cultura resta un motore unificante. Nello studio l'Italia risulta è agli ultimi posti per le città che hanno puntato sull'industria creativa. «Ci sono esperienze che dicono che è indispensabile il raccordo fra il centro e la periferia e fra il pubblico e il privato. Nella ricerca sono state analizzate esperienze significative in macroaree culturali. Faccio qualche esempio: Edimburgo per il festival, Forlì per le mostre e Londra per l'arte contemporanea». E di cosa ha bisogno una città per esprimersi? «II governo centrale deve fare la politica delle città sulle scelte strategiche e la messa a regola, evitando che il singolo (e penso ai comportamenti di certi sindaci) vada a negoziare per ogni singola questione». Serviranno anche adattamenti nella governance? «Certo. Bologna, ad esempio, ospita 80mila studenti. Perché non esiste una loro rappresentanza politica? Perché decidono solo i residenti e non i pendolari, gli uomini d'affari e la gente che abita nell'hinterland?».