Qualcuno forse ricorderà che tra il maggio 2009 e il gennaio 2010 il Museo Diocesano di Napoli fu teatro della solenne ostensione del crocifisso «di Michelangelo», un Grande Evento con un titolo senza reticenze: Michelangelo. Il Cristo ritrovato. Durante l'inaugurazione, il cardinale Crescenzio Sepe si dichiarò grato all'allora ministro Sandro Bondi per «il favore», e definì la presenza della scultura «uno stimolo culturale e religioso per la nostra città», il cui scopo era «dire a Napoli che siamo anche noi presenti e possiamo dare una nostra sensibilità per tutto ciò che costituisce una elevazione culturale e religiosa». Ebbene, in questi giorni la Corte dei Conti ha mandato a processo per danno erariale tutti coloro che decisero l'acquisto del finto Michelangelo, tra cui l'attuale sottosegretario ai Beni culturali Roberto Cecchi. L'accusa è di «aver omesso di compiere un'istruttoria completa, omettendo indagini sulla storia e provenienza del bene e omettendo di acquisire un più ampio riscontro critico sull'attribuibilità dell'opera la cui necessità era stata indicata anche nel decreto di vincolo, nonché omesso di motivare, in punto di economicità, l'acquisto e il corretto impiego delle risorse del bilancio ministeriale». Soprattutto, «non è stato avviato il confronto tra gli studiosi»: «e se tale elementare precauzione fosse stata adottata, sicuramente l'amministrazione» non avrebbe comprato per 3.250.000 euro un'opera che un superperito internazionale ha valutato 85.000 euro, e che «attualmente è collocata in magazzino e non fruibile dal pubblico». Ora, sarebbe troppo pretendere che il Museo Diocesano o, dio non voglia, Sua Eminenza proferiscano qualche parola di rammarico, per non dire di scuse verso i cittadini di Napoli, allora così solennemente (anche se certo non dolosamente) presi in giro. C'è almeno da sperare che questa monumentale figuraccia serva a sconsigliare, per il futuro, altri analoghi avventurismi artistici.