Per Mario Pannunzio occorreva essere «progressisti in politica, conservatori in economia, reazionari nel costume». E, aggiungerei, ultrareazionari in architettura e in urbanistica. Nel periodo intercorso tra il 1949 e il 1966 la rivista Il Mondo, da lui diretta, si spese, infatti, per la tutela più rigida del territorio. Con battaglie alcune sacrosante, visto lo scempio che in quegli anni subivano le città e il patrimonio artistico, e altre eccessive e alla lunga controproducenti. A dettare la linea teorica è un giovane archeologo. Si chiama Antonio Cederna e inizia con collaborazioni saltuarie ma, dal 1955, dilaga sulle pagine del settimanale scrivendo quasi un articolo a numero: 530, per la precisione, su 890 numeri complessivi. Mentre, per fare un paragone, gli altri collaboratori scriveranno su questi temi, tutti messi insieme, non più di un centinaio di pezzi. Alla base del pensiero di Cederna vi è un assunto apodittico ed esiziale: che la città antica sia incompatibile con la moderna. Non è quindi lecito intervenirvi in alcun modo se non attraverso la più rigida tutela. Le catapecchie vanno conservate perché testimonianza della cultura materiale dei nostri avi, mentre anche opere magnifiche, come il progetto di Frank Ll. Wright per un palazzetto sul Canal Grande di Venezia, vanno rifiutate. Cederna, da abile giornalista e straordinario polemista, bolla i suoi nemici come cementificatori e vandali. E, mettendo nello stesso calderone le più bieche speculazioni con interventi contemporanei rispettosi dei valori storici, fa da apripista alla deriva storicista che oggi è diventata il vangelo di troppi ambientalisti e soprintendenze. Quella del dove era e com'era, del falso storico e della mummificazione. Mentre qualsiasi costruzione è un intollerabile attentato all'ambiente, una ferita al territorio, uno scempio irreparabile. A ripercorrere la storia della rivista di Pannunzio, vista attraverso un taglio così specifico, è il libro Narrare l'urbanistica alle élite di Attilio e Gemma Belli. Una ricerca storicamente minuziosa che evidenzia le diverse posizioni del pensiero urbanistico e architettonico del dopoguerra: una cultura non priva di diversificazioni e aperture. Se, infatti, l'urbanista Giovanni Astengo e gli storici dell'arte Cesare Brandi e Giulio Carlo Argan concordavano, sia pure con diverse sfumature, sull'inconciliabilità tra nuovo e antico, altri quali Roberto Pane, Carlo Ludovico Ragghianti ed Ernesto Nathan Rogers avevano ben chiaro che la città nel suo accumularsi di memorie non poteva accettare di diventare un presepe evitando di fare i conti con l'oggi. Vi era, infine, la posizione ancora più incisiva del critico e storico Bruno Zevi per il quale l'antico poteva essere interpretato e meglio capito solo se filtrato attraverso il punto di vista della nostra contemporaneità. Come mostravano in quegli anni gli interventi coraggiosi e insieme contestuali di protagonisti della cultura architettonica italiana quali Carlo Scarpa, BBPR, Luigi Moretti, Franco Albini, Ignazio Gardella. Attilio Belli, Gemma Belli, Narrare l'urbanistica alle élite. "Il Mondo" (1949-1966) di fronte alla modernizzazione del Bel Paese, Franco Angeli, pagg. 286, 38,00 Come ebbi modo di scriverti in occasione di un suo pezzo, l'autore della recensione, architetto "modernista", è un personaggio esiziale. In Sicilia, da dove proviene, gli amministratori lo amano molto per le sue idee (espresse anche qui) circa la "mummificazione" del territorio e le soprintendenze, miele per le loro orecchie, e lo invitano a parlare in occasione di polemiche su villaggi turistici e simili (m'è capitato di ascoltarlo). Ma la cosa grave non è tanto lui, quanto lo sciocco vanitoso che dirige Saturno e lo ospita regolarmente, anch'egli fissato con "il pensiero ambientalista" rovina dell'Italia. Credo che bisognerebbe protestare con forza, e non presso il direttore di Saturno, che la pensa uguale, ma presso la direzione del giornale, che tollera roba simile.
URBANISTICA . "IL MONDO" E PANNUNZIO CONTRO IL CEMENTO
Il giornale "Il Mondo" diretto da Mario Pannunzio, tra il 1949 e il 1966, si occupava della tutela del territorio e del patrimonio artistico. La rivista era guidata da Antonio Cederna, un giovane archeologo che credeva che la città antica non poteva essere modificata e che le sue memorie dovevano essere rispettate. Cederna era critico con gli interventi urbanistici moderni e considerava la mummificazione del territorio come una forma di preservazione storica. La posizione di Cederna era influenzata dalla cultura non progressista e conservatrice del dopoguerra.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo