Restano un piccolo giallo le dimissioni di Andrea Carandini, il decano degli archeologi italiani, presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, che erano state date per scontate ieri mattina da un articolo de «Il Fatto Quotidiano». «La mia decisione su eventuali dimissioni apparirà oggi in Consiglio» aveva annunciato il professore nel primo pomeriggio, ma fino a sera, in merito, non è arrivata più alcuna notizia. A via del Collegio Romano, in realtà, nessuno ha dubitato nemmeno per un attimo che il professore - da una settimana protagonista di più di una polemica - volesse davvero lasciare la guida del massimo organo consultivo del ministero. Tanto più dopo che il ministro Lorenzo Ornaghi, subito dopo che era scoppiata la vicenda del castello di Torre in Pietra - Carandini sarebbe uno dei proprietari della struttura, restaurata con un contributo ministeriale ma mai aperta al pubblico - aveva confermato la sua piena fiducia all'illustre archeologo. Il quale, in realtà, sembra pensare più a dare battaglia che a ritirarsi. «Ho affidato tutto ai miei avvocati che decideranno cosa fare. Nei prossimi giorni lo vedrete», ha detto poi il professore sottolineando, a proposito dell'articolo sul giornale diretto da Andrea Padellaro, che si tratta di «un attacco molto ben studiato e del tutto improvviso. Un ciclone che arriva di botto, evidentemente - dice l'archeologo - ho lavorato troppo bene». Secondo l'articolo pubblicato ieri da Il Fatto quotidiano sul presidente del Consiglio dei beni culturali si addenserebbero le ombre di appalti e brevetti. Qualche giorno fa, dal canto suo, il professore era stato protagonista anche di un infuocato scambio di opinioni con il sovrintendente ai Beni culturali di Roma Capitale, Umberto Broccoli, accusato di essere «abile comunicatore» ma non «la persona più adatta a ricoprire questo ruolo» dal punto di vista «tecnico e scientifico».