Non intendo alimentare un dibattito stucchevole sulla specifica vicenda del piano di Volla, ma credo che questioni generali circa il governo delle edificazioni attraverso i piani comunali possano avvantaggiarsi di chiarimenti di merito. Vorrei trattare, in particolare, tre aspetti che non mi sembrano ben impostati nella replica di Ferrigni su la Repubblica di venerdì scorso. Il calcolo del fabbisogno residenziale va effettuato computandone le differenti componenti (incremento demografico, utenti di alloggi sovraffollati, utenti di alloggi malsani) per sfuggire, almeno in parte, al noto inconveniente (per brevità) "del pollo a testa". Chi vive in un basso o in una casa troppo piccola rispetto al numero dei conviventi non lo fa perché preferisce così: vi è costretto dal suo reddito insufficiente rispetto ai prezzi del mercato abitativo. Computare le famiglie in abitazioni sovraffollate o malsane per determinare il corrispondente numero di case da far costruire e collocare poi sul mercato libero è un ulteriore insulto a chi soffre un disagio abitativo. Se si vuol davvero ridurre tale disagio, occorre riservare nel piano una quota adeguata di edilizia sociale proprio a quelle famiglie, di cui perciò occorre determinare una stima quantitativa attendibile. Mi sembra poi una affermazione davvero singolare che, soltanto se le norme del Ptcp lo impongano esplicitamente, lurbanista debba considerare nel dimensionamento del piano la riutilizzazione (per famiglie più piccole o destinazioni terziarie) degli alloggi prima sovraffollati liberati per effetto dellattuazione del piano. Tali alloggi non scompaiono dal patrimonio edilizio disponibile: tenerne conto non è un dovere elementare per un urbanista dotato di competenza tecnica e onestà intellettuale? Alloggi in coabitazione e alloggi sovraffollati non sono la stessa cosa: nei primi convivono persone di due diversi nuclei familiari, nei secondi ci sono troppo poche stanze in rapporto agli abitanti. Molto raramente, oggi, la "coabitazione" indica un fabbisogno abitativo insoddisfatto: quasi sempre essa deriva dalle necessità di assistenza agli anziani; "programmare" due alloggi diversi, in tali casi, non risponde affatto a obiettivi sociali, ma solo al sovradimensionamento edilizio del piano, con il noto effetto di incrementare le rendite urbane parassitarie e consumare suolo. La percentuale di abitazioni non occupate nei nostri insediamenti varia a seconda delle situazioni. Nei centri montani e collinari interni è consistente ed è una conseguenza dellemigrazione; nelle località turistiche, spesso molto alta, comprende soprattutto alloggi utilizzati stagionalmente da proprietari residenti altrove o da villeggianti che li prendono in affitto. Nelle conurbazioni metropolitane essa varia da Comune a Comune, derivando soprattutto dal divario fra lofferta, e i suoi prezzi, e la domanda, e le sue disponibilità finanziarie: in linea di principio, rappresenta al contempo un investimento improduttivo e un consumo di suolo ingiustificato. Azzerarla non è possibile, ma progettarne il mantenimento anche in rapporto allincremento del patrimonio edilizio - ossia programmare la costruzione di nuove case destinate a restare inoccupate! - è contro ogni logica di sviluppo sostenibile. In effetti, i manuali di urbanistica citati in proposito da Ferrigni risalgono a decenni in cui il tema della sostenibilità era di là da venire.