In un articolo sul "Mattino" del 3 febbraio scorso, dal titolo Un diario racconta le mani sulla città, nellintrodurre lultimo lavoro di Gerardo Mazziotti (Diario napoletano, da Bassolino a de Magistris), non si trova di meglio che citare il quartiere sperimentale di Torre Ranieri di Luigi Cosenza come antesignano della speculazione edilizia a Napoli. Così, per presentare una testimonianza delle vicende di questi luoghi, si getta discredito su un protagonista della loro storia. Non si capisce perché a Napoli ci sia questo costante autolesionismo, che porta invariabilmente a disconoscere quanto di buono si è fatto o si è tentato di fare, rinnegando i propri figli più degni e perpetuando atteggiamenti che risentono, nei casi migliori, di un superficiale conformismo, inconsapevolmente funzionale al perenne squilibrio con il Nord della Penisola. Luigi Cosenza, che con Francesco Della Sala e Adriano Galli aveva avviato in quellarea di Posillipo un pionieristico esperimento di industrializzazione edilizia in coerenza con le scelte del piano regolatore del Comune di Napoli del 1946, è una delle più importanti personalità dellarchitettura italiana del secolo scorso, a livello di un Franco Albini, di un Ignazio Gardella, di architetti che hanno avuto maggiore fortuna critica grazie a quella disparità di considerazione vigente anche nel mercato della cultura, da cui non riusciamo ad affrancarci. Ma se negli anni Cinquanta-Sessanta ci fu una prospettiva di cultura e dimpegno civile in queste contrade anche nel campo dellarchitettura e dellurbanistica, la si deve a poche persone, come appunto Luigi Cosenza o come Roberto Pane per la storia dellarchitettura e per la tutela, che avevano una statura internazionale e oggi rappresentano la nostra storia più alta, con le sue luci e le sue ombre. Attraverso queste personalità larchitettura e lurbanistica assunsero un significato che andava ben oltre gli aspetti tecnologici, ingegneristici, compositivi. Esse diventavano dei veicoli di idee che in queste persone si traducevano in un impegno di vita. Quelle sedici palazzine, di due e di quattro piani, alcune orientate verso il golfo di Napoli, altre verso i Campi Flegrei, furono i prototipi di una sperimentazione tecnica concepita nel 1945 e attuata tra il '47 e il '57 a opera di alcuni intellettuali che riuscirono ad agire in piena sintonia con il Provveditorato alle opere pubbliche, il Comune di Napoli e i soggetti imprenditoriali. Che tutto si sia arenato per il prevalere di interessi speculativi che ostacolarono gli obiettivi del piano regolatore, nulla toglie al suo valore; semmai, ne rende più prezioso il ricordo. Ma queste palazzine non testimoniano soltanto la straordinaria capacità di programmare unalternativa produttiva in questo maledetto Sud, di cui nella Penisola cera solo un altro esempio nel QT8 curato da Piero Bottoni a Milano. Accanto ai componenti modulari prefabbricati o realizzati a piè dopera di una pionieristica prefabbricazione, cè anche il senso del luogo: le palazzine sono disposte secondo una linea a fuso, volta a circoscrivere uno spazio verde, aperto e "interno" che, grazie alla disposizione a pettine, è valorizzato dalle vedute sul panorama. Cosenza evita qui linconveniente riscontrabile nei quartieri razionalisti e in tanti squallidi insediamenti di periferia odierni che, come ricorda Norberg-Schulz, «mancano (di) veri e propri "interni", e lo spazio fluisce liberamente tra gli edifici, che assomigliano alle mura indipendenti di una pianta "aperta". Sul piano spaziale, la città moderna è perciò il risultato di una confusione di scale». Ecco, Cosenza non ha mai sbagliato la scala dellintervento dimostrando sempre una grande sensibilità per i valori del contesto. In fondo, non dovrebbe esserci alcun bisogno di difendere anche il nostro passato più recente, se esso non fosse talvolta imbracciato come una clava per offendere e distruggere i suoi stessi valori. Ogni estremismo sollecita il suo opposto e non ci si lamenti poi per i vincoli di carattere paesaggistico o monumentale che potrebbero essere apposti, ad esempio, anche su questo quartiere. Di questi vincoli non dovrebbe esserci alcun bisogno, se ci fosse un livello dequilibrio e di rispetto per ciò che può valere la pena di conservare per essere ricordato e trasmesso a chi verrà dopo. Col trascorrere del tempo, anche la commemorazione, persi i suoi caratteri emozionali, spesso è destinata a diventare storia e non si deve aver timore di riconoscerla anzitempo, perché in questo difficile e talvolta azzardato riconoscimento si concretizza talvolta la nostra stessa storia, personale e collettiva.