Questa straordinaria e sfortunata villa settecentesca sul mare del Granatello, una delle prime ville di delizia edificate a Portici nel XVIII secolo, fu costruita nel 1711 su progetto di Ferdinando Sanfelice per Emanuele Maurizio di Lorena, principe dElboeuf, generale dellesercito austriaco e nipote di Carlo VI; la memoria di questo sito è indissolubilmente legata alla storia degli scavi di Ercolano, ai quali diede inizio in maniera fortuita proprio il principe dElboeuf, che raccolse in questa sua dimora i numerosi reperti recuperati dai pozzi di scavo aperti sul teatro di Ercolano. La villa, estremamente attraente per la sua collocazione e per la presenza dei numerosi reperti, fu acquistata da Carlo di Borbone nel 1742 divenendo la dependance sul mare della reggia porticese. Dopo lUnità la villa divenne proprietà privata. Nel 1951 venne donata dal cavalier Luigi Bruno al santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei, che nel 1978 la vendette alla società immobiliare Ge.Ca.srl. Il programma era in un primo momento quello di realizzare un grande albergo e successivamente un condominio di lusso; dopo un iter burocratico molto travagliato il progetto non andò in porto. Altre iniziative prese successivamente da Comune, Regione e Provincia non ebbero migliore fortuna; in compenso, però, in questi anni è stata molto feconda lattività di vandali e ladri, che, associata alla forza distruttrice dellabbandono e delle mareggiate, hanno ridotto il magnifico complesso in un rudere. Eppure essa appare ancora appetibile per le sue evidenti qualità: oltre alla eccezionale posizione sulla riva del mare, ai pregi architettonici e storici, oltre alla presenza di piccole spiagge e scogliere di sua pertinenza, la villa offre una invidiabile consistenza immobiliare, che nel linguaggio dellannuncio economico può così sintetizzarsi: il maestoso edificio a quattro piani fuori terra e la adiacente "casa del pescatore" si estendono per complessivi mq. 3.960,46, frazionati in 40 unità catastali e in spazi aperti, oltre a una struttura balneare a ferro di cavallo e al noto Bagno della Regina, uno dei primi siti balneari italiani realizzato nel 1813 per volere di Carolina Murat. La parabola discendente di questo complesso monumentale di straordinario valore storico, architettonico e paesaggistico transita ora per un punto nodale, che ne rappresenta il picco più basso, dal quale però potrebbe risalire definitivamente. La possibilità di riscatto per questo sfortunato monumento potrebbe partire dalla sua acquisizione da parte di un ente pubblico, di una fondazione e in subordine di soggetti privati, che riescano, però, a contemperare la prospettiva di benefici economici con le istanze ineludibili di tutela. Dopo essere stata per secoli una emergenza riconoscibile dellintero golfo e del porto del Granatello sino a divenire un soggetto emblematico della iconografia sette-ottocentesca, la villa è da decenni simbolo del degrado del nostro patrimonio culturale, anzi del degrado culturale stesso, simbolo del fallimento della politica di tutela, che, per molteplici e complessi motivi, in primis quello economico, non riesce a salvaguardare neanche i nostri più preziosi gioielli. Una iniziativa delle istituzioni appare, dunque, doverosa; in mancanza di una onerosa copertura economica, ci si potrebbe quanto meno limitare alla attivazione di un tavolo di consultazione tra enti pubblici competenti, allargato successivamente ai privati, con la finalità di promuovere, valutare e soprattutto garantire una acquisizione ottimale e oculata, assicurando la congruenza della iniziativa immobiliare.