Per alcuni studiosi americani è il «modello», per altri una copia postuma. Ma da 25 anni non si sa dove sia finita Una statuetta in gesso spuntata in una casa svizzera. E una truffa, non riuscita Sceneggiata Van Rijn, mercante d'arte, cercò di piazzarla per 80 milioni di dollari. Ma la messa in scena in un ristorante belga non diede i suoi frutti Anche il suo cognome, che pure è vero, sembra falso: van Rijn, lo stesso di Rembrandt. E lui qualche falso Rembrandt è riuscito a piazzarlo in Giappone, mentre in Europa e in America spacciò «bellissimi» Chagall dei quali aveva sapientemente copiato la firma. L'olandese Michel van Rijn, che fu uno dei più importanti collaboratori di autorevoli mercanti d'arte e prestigiose case d'asta, ora è conosciuto, e tenuto alla larga, dal mondo dell'antiquariato da quando, nel 1987, divenne il protagonista di un sensazionale «thriller» d'arte che si sviluppò, arrivando a muovere studiosi di reputazione mondiale e cifre come ottanta milioni di dollari, attorno a una mitica statuetta in gesso alta poche decine di centimetri, priva di testa, braccia e gambe, che sarebbe stata il modello che lo stesso Michelangelo avrebbe fatto prima di scolpire nel marmo il David, il simbolo stesso dell'indipendenza di Firenze. Anche quel piccolo ma possente torso, ormai noto nel mondo dei collezionisti come «il modello», un falso? Forse, ma forse anche no, se un grande studioso e critico come Frederick Hartt ne attestò l'autenticità in una pubblicazione edita ad hoc. Comunque, nessuno sa più rispondere alla domanda: il «modello», dopo l'avventura internazionale che varrebbe la sceneggiatura di un film, scomparve forse in una cassetta di sicurezza di una banca londinese e, per quanto se ne sa, nessuno lo ha mai più visto. I mercanti di falsi lo sanno bene: ogni pezzo finto antico deve avere una storia, come gli autentici, per cui, se non ce l'ha, bisogna inventarla. Non potendo essere vera, basta che sia verosimile, magari mischiando fatti certi con altri inventati, come qualsiasi vero bugiardo sa. E che un «modello» del David sia davvero esistito, questo è sicuro, tanto che appare in catalogo tra le cose d'arte che in Palazzo Vecchio possedeva Cosimo I de' Medici. Ma, nel 1690, un incendio scoppiato nel palazzo lo avrebbe distrutto assieme a tante altre belle cose. Male cose non sarebbero andate così, stando a chi fornì la nuova storia del «Modello», perché forse qualcuno salvò e si prese la preziosa statuetta. Che riemerse dal buio della storia nel 1986 in mano a un collezionista parigino di 77 anni, Michel de Bry, il quale, a sua volta raccontò di avere visto per la prima volta quel torso, completo di tracce di incendio, in casa del musicista svizzero Arthur Honegger, morto nel 1955. Oltre questa data, la storia del «Modello» non va. Non lasciando trapelare il sospetto che quel torso fosse modellato dalle mani di Michelangelo, de Bry avrebbe convinto la figlia del musicista svizzero, Pascale, a cederglielo. Portato a Parigi il trofeo, il francese invitò il celebre professor Frederick Hartt, uno dei massimi esperti mondiali di Michelangelo, ad andare a Parigi per esaminarlo. Passarono pochi mesi e l'eminente studioso americano decretò in una conferenza stampa: «Il modello è di Michelangelo». Altri cinque professori, che videro le foto fatte realizzare appositamente da Hartt, si schierarono con lui, ma l'altrettanto celebre esperto James Beck della Columbia University, l'uomo che clamorosamente contestò il restauro della Sistina, prese le distanze. Per lui il «Modello» era solo una copia in miniatura del David fatta nel Seicento. Con un «sì» e con un «no», la statuetta era comunque pronta a essere buttata nel mercato e de Bry diede incarico a un americano e a un olandese, il «nostro» Michel Van Rijn, di trovare l'acquirente, cedendo loro subito una comproprietà dell'oggetto pari a cinquanta milioni di dollari, più altri tre da versare poche settimane dopo. Il più intraprendente si mostrò subito van Rijn, che riuscì a scovare in America il classico milionario, facendoli credere che o comprava subito il «Modello» per ottanta milioni, o altri molto potenti ci sarebbero riusciti. L'americano si precipitò in Europa, a Bruxelles, dove l'olandese gli aveva fissato appuntamento. A questo punto van Rijn mise in piedi una trappola da far impallidire anche il più blasonato truffatore napoletano: l'americano fu invitato a un pranzo particolare in uno dei più prestigiosi ristoranti della capitale belga, che per l'occasione era stato completamente affittato dagli altri misteriosi compratori. Al ristorante l'americano trovò van Rijn e, con sua sorpresa, un folto gruppo di africani vestiti con sgargianti e ricchi abiti tradizionali. L'olandese li presentò come la delegazione, completa del ministro della Cultura, del Congo, venuti a Bruxelles per comprare la statuetta in vista del Museo d'arte rinascimentale che stava per sorgere a Kinshasa. In realtà, quei signori africani erano tutti studenti universitari congolesi «affittati» per l'occasione da van Rijn. L'americano cadde nella trappola. Il prezzo fu fissato a ottanta milioni. Ma l'operazione non andò mai in porto. L'acquirente chiese una seconda «expertise», quella di un'altra celebrità della storia dell'arte, Sir John Pope-Hennessy, che, però, pur essendo stato portato a Roma, poi a Pisa in elicottero, e quindi a Ginevra, non riuscì mai a vedere la statuette. L'olandese, poi, non avrebbe mai versato al collezionista francese la rata di tre milioni richiesta e de Bry ritirò la statuetta dal mercato, spostandola, tra l'altro, da Ginevra a Londra. Da parte sua, Frederick Hartt restò convinto che quel torso bruciacchiato fosse autentico e due anni dopo pubblicò un libro, ricco di fotografie di David Finn, «Il David di Michelangelo. La scoperta del modello originale» (Arnoldo Mondadori Editore). Da allora, sul «Modello» è tornato il buio che lo ha avvolto dal 1690 al 1986.