Il complesso ha un suo valore architettonico e quindi va riqualificato a livello funzionale Sarà perché incarnano la Gomorra raccontata da Roberto Saviano o perché rappresentano il perfetto non-luogo teorizzato dal sociologo Marc Augè fatto sta che mezza Napoli vorrebbe radere al suolo le Vele di Scampia. Magari solo per pudore o per cancellare l'icona del degrado che fa da contrappunto alla ben più suggestiva cartolina del golfo partenopeo sovrastato dal Vesuvio. Per la verità tre dei sette edifici progettati dall'architetto Franz Di Salvo, e costruiti tra il 1962 ed il 1975, sono già stati abbattuti in epoche diverse, ma i quattro ancora in piedi non è detto che facciano la stessa fine. Anzi, s'avanza l'idea della conservazione e della riqualificazione per usi diversi dalla funzione abitativa, che si sta facendo largo anche tra i più scettici. Non più di un mese fa il sindaco De Magistris ha frenato sulla demolizione: «L'abbattimento delle Vele è un'ipotesi che rientrerà nei programmi della giunta comunale solo dopo un'approfondita riflessione sulle alternative di edilizia popolare pubblica». Il soprintendente ai Beni Architettonici di Napoli Stefano Gizzi ha raccolto con soddisfazione l'orientamento di De Magistris ribadendo che le Vele, con tutta la letteratura negativa che si portano dietro, vanno comunque salvate. Per di più, la sua idea di elevare quei palazzoni di forma vagamente trapezoidale a monumento nazionale ha fatto molto discutere. Intanto ha avviato la procedura per la dichiarazione di interesse culturale per le Vele. Gizzi elenca numerose ragioni per le quali i palazzi non vanno abbattuti. «I luoghi del degrado non si redimono facendo piazza pulita dell'edilizia. Se così fosse bisognerebbe demolire mezza Italia. A Napoli - osserva - non mi risulta che qualcuno abbia avanzato l'idea di radere al suolo i Quartieri spagnoli o i Decumani, che rappresentano un momento significativo della storia della città». E precisa: «A Scampia, come tutte le periferie desolate d'Italia, bisogna adottare politiche sociali, assistenziali, culturali che non c'entrano con la sopravvivenza o meno delle Vele». Il Soprintendente fa notare come sia persino antieconomico abbattere gli edifici: «Avremmo bisogno dello stadio San Paolo per raccogliere tutte le macerie, senza sapere dove smaltirle, con costi di gran lunga superiore a quelli previsti per la riqualificazione». Gizzi ricorda che le Vele sono la «testimonianza del genio di Franz Di Salvo e di Riccardo Morandi, quest'ultimo considerato il poeta del cemento armato e si inseriscono a buon diritto in quel filone architettonico e urbanistico che ha caratterizzato il ventennio dal 50 al '70. Abbiamo esempi illustri a Roma, Genova e Palermo». E cita il modello Berlino dove i quartieri di cooperative sorti negli Anni '20 intorno alle città industriali sono stati riqualificati e rappresentano una delle attrazioni, per così dire, turistiche della capitale. «Ma non occorre andare così lontano - spiega Gizzi - a Roma molti erano convinti di dover abbattere i palazzi del Corviale, delle stecche alte e sinuose, con dei lunghi ballatoi molti simili alle Vele, eretti all'inizio negli anni '70 lungo la Via Portuense su progetto di Mario Fiorentino. Anni di occupazione e totale abbandono hanno ridotto gli edifici in condizioni di degrado e fatiscenza. Poi recentemente - spiega Gizzi - la struttura è diventata oggetto di riqualificazione che interessa anche il territorio circostante». La parte centrale, che si trova tra le due stecche, è stata completata e accoglie alcuni uffici del Municipio XV, un centro per il disagio mentale della Asl il Gruppo XV dei Vigili Urbani, un centro culturale e artistico. Inoltre negli spazi della spina centrale hanno trovato spazi un gruppo di artigiani sfrattati dalle botteghe del centro storico. Gizzi sottende la sua scelta di difendere le Vele anche con altri due argomenti, che ritiene significativamente artistici: «Hanno fatto da sfondo al film Gomorra e, come i casermoni della Germania Est, sono stati lo sfondo dei film di Wenders, hanno per ciò stesso un valore culturale in senso ampio. Inoltre uno studio commissionato anni fa dal Ministero dei Beni Culturali a varie università ha decretato il valore di quel progetto». Il Soprintendente sembra impermeabile anche le critiche, giunte dallo stesso mondo accademico, secondo le quali l'architettura sta sfuggendo al compito di assolvere alla funzione dell'abitare, cioè per accogliere al proprio interno persone che ci vivono. «Ribadisco l'importanza architettonica delle Vele e l'opzione della riqualificazione funzionale delle strutture. Nessuno - aggiunge - pretende che qualcuno continui ad abitare quelle cellule invivibili, ma con gli opportuni accorgimenti si pub pensare a funzioni miste con l'ingresso di attività commerciali e dell'Università, progetto peraltro già in itinere. Le Vele sono una parte della storia della composizione architettonica. La loro distruzione sarebbe un evento antistorico. Meglio una presenza ingombrante e discutibile, che il vuoto».
Palazzoni di Scampia. Ecco perché le Vele non vanno abbattute
Il complesso delle Vele di Scampia a Napoli è stato oggetto di dibattito sulla sua demolizione. Il sindaco De Magistris ha frenato la demolizione, e il soprintendente ai Beni Architettonici di Napoli Stefano Gizzi ha raccolto con soddisfazione l'orientamento del sindaco. Gizzi ha elencato numerose ragioni per le quali i palazzi non vanno abbattuti, tra cui il loro valore architettonico, il loro ruolo nella storia della città e il fatto che rappresentano un esempio di architettura del cemento armato. Ha anche citato il modello di riqualificazione dei quartieri di cooperative a Berlino e ha sottolineato che le Vele sono una parte importante della composizione architettonica di Napoli.
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