Lo Stato avanza nell'economia, ben visibilmente a livello nazionale, più sommessamente a livello regionale e locale. Strutture esistenti vengono colmate di nuovi compiti (Cassa depositi e Prestiti), nuove strutture vengono create (le 18 società regionali di Sviluppo Italia), altre aree di attività economica riservate al settore pubblico (la proprietà delle reti dei servizi locali), nuovi mercati sottratti alla concorrenza (da improbabili società pubblico-privato, assegnatane senza gara di appalti consistenti). II processo è continuo. È partito con i governi di centro-sinistra e si è accentuato con quello di centro-destra. E appare inesorabile: ma è un processo insensato. Un intervento dello Stato in un'economia di mercato si giustifica soltanto se esso apporta risorse -finanziarie, organizzative, manageriali - che il settore privato non riesce a fornire. Così, negli anni della ricostruzione e del miracolo economico, rapporto dell'Iri, dell'Eni, dell'Imi e di altri enti pubblici ha esercitato un fondamentale ruolo di supplenza nei confronti di un settore privato indebolito dal protezionismo fascista e dalla guerra. Ma oggi? Se il settore finanziario rifiuta fondi ad un'impresa, è perché questa - quasi sempre - non li merita, perché le sue prospettive di mercato non le consentiranno di pagare gli interessi e ripagare il capitale. Il settore privato non manca poi di risorse organizzative né manageriali. È lo Stato italiano, in realtà, che di tutto ciò manca, e T ultima cosa che dovrebbero fare ministeri e regioni è cercar di sostituirsi al settore privato. Se lo fanno, non otterranno nulla di buono: aiuteranno - tranne rare eccezioni - le aziende che hanno peso politico, non quelle che hanno prospettive imprenditoriali. Certo, si dice, in Francia lo Stato transalpino interviene con successo. Ma lo Stato francese è un'altra cosa: finanziariamente solido, ben organizzato, ha quadri tecnici eccellenti. Ciò nonostante, proprio lo Stato francese sta iniziando a ritrarsi dall'economia. Vogliamo fare il contrario?