Il crocifisso pagato oltre 3 milioni di euro per i giudici vale molto meno Contestato l'acquisto. La soprintendente: lo rifarei Il New York Times si rassegni pure. Nessuno, neppure in questa inchiesta, potrà rispondere alla domanda «ma il piccolo crocifisso ligneo pagato dal Governo italiano tre milioni e trecentomila euro è o non è un Michelangelo?», si è chiesto il quotidiano americano. Gli inviti a dedurre, spiccati dalla magistratura contabile di Roma, non prendono in considerazione questo aspetto (peraltro trattato in un'indagine penale che è stata archiviata), bensì un presunto danno erariale. In pratica, argomentano i magistrati, il Cristo è stato pagato troppo rispetto al valore reale. Se l'opera lignea è stata pagata tre milioni e duecentocinquantamila euro, la magistratura sostiene che sono stati sborsati almeno due milioni in mezzo in più rispetto al dovuto. Come fa a dirlo? L'indagine si basa sugli accertamenti dei carabinieri del Tpc che, mesi fa, si sono presentati in diversi uffici: al Polo Museale di Firenze ma anche nella sede del ministero dei Beni culturali dove è stata acquisita l'intera documentazione relativa al crocifisso attribuito a Michelangelo e destinato al Museo del Bargello. Una prima perizia di Christie's, la casa d'asta inglese, ha stimato che quel crocifisso valesse massimo 50 mila euro mentre altre perizie disposte nel tempo da una serie di pm che si sono trovati ad occupare del caso arrivano a toccare un valore massimo di 700 mila euro per un oggetto dell'arte sacra «attribuito a» Michelangelo. La differenza tra quel valore massimo e quello pagato stabiliscono i pm romani deve di conseguenza essere pagata da qualcuno. Un danno erariale allo Stato che, per l'accusa, deve essere ripartito tra coloro che la vicenda del crocifisso l'hanno toccata in prima persona. Tra coloro ai quali è stato chiesto il conto spuntano così i nomi di Cristina Acidini, attuale soprintendente del Polo museale di Firenze, e di Roberto Cecchi, fiorentino, ex direttore generale del Ministero e attuale sottosegretario ai Beni culturali. «Sono cose che non fanno mai piacere ma non mi stupisce spiega la Acidini visto che la pratica era stata istruita immaginavo che l'esito sarebbe stato questo». La soprintendente argomenta: «Per quanto riguarda il merito della questione, mi difenderò non appena avrò visto tutte le carte, ma posso confermare che non ho dubbi sulla scelta di allora. Cioè quella di acquistare quel Cristo che costò 3 milioni e 250 mila euro. Le considerazioni sulle ragioni della scelta le porterò agli organi giudicanti». Sempre che la magistratura decida di andare avanti e non di chiedere l'archiviazione della pratica. La vicenda era rimasta confinata nell'alveo degli studiosi. Paola Barocchi, Francesco Caglioti o Margrit Lisner avevano rigettato radicalmente l'attribuzione, non ravvisando nel Cristo né la qualità né lo stile di Michelangelo. Stella Rudolph aveva proposto un'attribuzione alternativa, al legnaiuolo Leonardo del Tasso. Altri studiosi di peso (da Mina Gregori ad Alessandro Nova, a Claudio Pizzorusso) e un comunicato ufficiale della Consulta Nazionale degli Storici dell'Arte Universitari avevano contestato pubblicamente l'opportunità e la celebrazione mediatica dell'acquisto. Dall'altro canto Cristina Acidini, il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci, Umberto Ballini, Vittorio Sgarbi e Giancarlo Gentilini hanno sempre sostenuto che sia riconducibile al periodo giovanile di Michelangelo. Di sicuro un pezzo che è stato pagato troppo, per lo meno per la Corte dei conti.
Cristo di Michelangelo, per Acidini e Cecchi il conto dei magistrati
Il crocifisso pagato 3 milioni e 250 mila euro al Governo italiano è stato contestato per essere stato pagato troppo. La magistratura sostiene che il prezzo pagato è stato troppo alto rispetto al valore reale dell'opera, che è stata stimata in 50 mila euro da una perizia di Christie's. Altri studiosi hanno contestato l'attribuzione dell'opera a Michelangelo, ma la soprintendente del Polo museale di Firenze, Cristina Acidini, sostiene di aver fatto la scelta giusta. La vicenda è stata oggetto di un'indagine penale che è stata archiviata, ma la magistratura ha deciso di proseguire con un'indagine per determinare se il Governo ha commesso un danno erariale.
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