Raffica di rinvii a giudizio per i funzionari che lo comprarono "Danno allerario" per lex direttore Roberto Cecchi e la soprintendente Cristina Acidini Per molti altri non era suo. Eppure nel 2008 fu comprato dallo Stato. I giudici contabili hanno ora rinviato a giudizio per danno allerario lallora direttore generale del ministero per i Beni culturali, Roberto Cecchi (adesso è sottosegretario), la soprintendente al Polo museale fiorentino, Cristina Acidini, un altro direttore generale del ministero, Bruno De Santis (in pensione), e (sebbene con altre responsabilità) i membri del comitato di settore, gli storici dellarte Marisa Dalai, Carlo Bertelli, Caterina Bon Valsassina e Orietta Rossi. Fu proprio Cecchi a portare il Crocifisso in tv con lallora ministro Sandro Bondi. Il Crocifisso venne pagato 3 milioni 250 mila euro, ma nella comunità degli storici dellarte si levarono molti dubbi. Troppo poco, si disse, se lopera fosse stata effettivamente di Michelangelo, troppo se opera seriale tardoquattrocentesca, di buona fattura, ma non del maestro della Sistina. La scultura misura 41 cm per 39 ed è in legno di tiglio. Proprietario ne era un antiquario torinese, Giancarlo Gallino. Nel 2004 venne esposta in una mostra a Firenze e nel catalogo tre studiosi (Giancarlo Gentilini, Luciano Bellosi e Massimo Ferretti) si espressero, con sfumature diverse, a favore dellattribuzione al giovane Michelangelo. Una convinzione ribadita da Antonio Paolucci, che reggeva la soprintendenza al Polo museale fiorentino. Due anni dopo Gallino propose la vendita del Crocifisso alla Cassa di Risparmio di Firenze, che però, su suggerimento di unaltra illustre studiosa, Mina Gregori, rifiutò lacquisto, il cui costo sarebbe stato di 15 milioni. La proposta fu girata al ministero, retto (siamo nel luglio 2007) da Francesco Rutelli, e supportata da lettere di Cristina Acidini e Paolucci. Si avviò unistruttoria. Fu investito il comitato di settore che si espresse per lacquisto con una formula dubitativa: si proceda «purché avvenga a condizioni economiche compatibili con la sua non documentabile attribuzione a Michelangelo». Caduto il governo Prodi la palla passò al ministro Sandro Bondi. Il nuovo direttore generale Cecchi in un battibaleno propose a Gallino una cifra molto più bassa di quella richiesta, 3 milioni 250 mila euro, appunto. Che fu subito accettata. E così lo Stato italiano che nel frattempo tagliava brutalmente i fondi per soprintendenze, biblioteche e archivi, entrò in possesso di una statua la cui attribuzione era messa in dubbio da un numero crescente di studiosi. E la cui procedura dacquisto meritava forse maggiore cautela. Dopo la Gregori fu la volta di Paola Barocchi, poi di Francesco Caglioti e di Tomaso Montanari. Quindi di Alessandro Nova, Claudio Pizzorusso e di Antonio Pinelli. Intanto Ferretti precisava: «Non ho mai detto che era di Michelangelo». Uscivano due libri (Come si diventa Michelangelo, di Claudio Giunta e A cosa serve Michelangelo? di Montanari) che raccontavano la funambolica giostra messa in piedi dai vertici del ministero. Da allora sul Crocifisso si sono spenti i riflettori. Ma si sono aperte le inchieste, una della Procura di Roma, unaltra, contabile, sul perché si decise quellacquisto senza avere la garanzia che fosse di Michelangelo.