Liniziativa DA LOJACONO ALLE CERAMICHE LE OPERE DI VILLA ZITO VANNO A PALAZZO BRANCIFORTE Domani apre al pubblico lantico edificio arabo-normanno Il restauro del monumento pone alcune questioni per evitare il flop della Zisa Chi oggi vuole raggiungere quello che resta del solacium normanno della Favara, conosciuto come Castello di Maredolce, deve percorrere da Corso dei Mille la via Emilio Giafar, e poi imboccare il vicolo Castellaccio. La segnaletica non aiuta, il contesto urbanistico ancora meno: come è accaduto alle altre borgate che costituivano sino agli inizi del Novecento la cintura agricola di Palermo, Brancaccio ha visto saturati gli spazi delledilizia ottocentesca dalla speculazione dei caseggiati residenziali che hanno via via assediato larchitettura medievale celebrata da antichi poeti e viaggiatori, dopo che per secoli le trasformazioni e il riuso del sito avevano già cancellato quasi interamente i caratteri originari, occultando aperture, aprendo finestre o balconi, incrostando di superfetazioni la stereometria degli artefici di cultura islamica. Un misconoscimento tenace, al punto che sino a poco tempo fa gli ambienti erano adibiti a stalla e abitazione, e ancora oggi le cortine murarie riconfigurate dai recenti restauri contendono il paesaggio a strutture in laminato e panni stesi. Sono le questioni che rendono complesso il recupero e la valorizzazione della Favara, su cui riporta lattenzione il forum delle associazioni (Salvare Palermo, Italia Nostra, Amici dei Musei, Anisa, Dimore storiche, Fai) con una serie di iniziative che in collaborazione con la Soprintendenza da domani e per tre fine settimana aprirà al pubblico il sito provando a indicare alcune prospettive nel seminario che si terrà venerdì 2 marzo a Palazzo Larderia (corso Vittorio Emanuele 188). Due sono infatti gli ambiti dei problemi: il primo riguarda la ricerca archeologica e la lettura filologicamente corretta del manufatto, nonché la messa a punto degli interventi di restauro; la seconda investe invece lintero contesto ambientale con cui queste azioni devono misurarsi, dagli espropri effettuati dal momento dellinizio dei lavori da parte della Soprintendenza, nel 2007, a quelli ancora necessari per liberare il monumento dal mortificante assedio di una edilizia spesso abusiva. Impresa tuttaltro che facile: delimitato come un fortilizio dal quadrilatero dei trafficati assi di scorrimento di via Giafar, via Oreto, Corso dei Mille e dallautostrada, attraversato dal tracciato della ferrovia, teatro negli anni Ottanta della mattanza della guerra di mafia e più tardi dellomicidio di Pino Puglisi, Brancaccio vive una condizione di separatezza che forse solo il recente Forum commerciale è riuscito a intaccare, sia pure sotto il segno invasivo dei megastore. La scommessa sarebbe questa: un sistema capace, per esempio, di collegare il palazzo della Favara ad altri due vicini monumenti coevi, il Ponte dellAmmiraglio e San Giovanni dei Lebbrosi, magari recuperando (è una ipotesi di grande suggestione) il bacino artificiale che circondava ledificio, il cui perimetro è ancora parzialmente leggibile nel dislivello del terreno e, insieme ad esso, quella immagine del giardino che per la cultura persiana e islamica era raffigurazione del paradiso e che i sovrani normanni, affascinati, riproposero per le loro architetture extra moenia. Una strategia di recupero complessiva insomma, che coinvolga più attori amministrativi tenendo conto di fattori come il trasporto pubblico e la viabilità interna al quartiere, e che possa riprogettare, partendo dalla Favara, gli spazi di una socialità condivisa. Dove questo non è avvenuto, come nel caso della Zisa, il recupero del monumento e la sua apertura al pubblico non sono riusciti a modificare le dinamiche del degrado. Al centro di queste ipotesi resta uno dei testi più elusivi dellintera architettura medievale palermitana, incerto sin dalla datazione (se si tratti cioè di una costruzione normanna ovvero del riadattamento di un precedente manufatto di età islamica, come vorrebbe il viaggiatore islamico Ibn Gubair che lo visitò nel 1184), paradigmatico della sapienza idraulica degli artefici che avevano escogitato un ingegnoso sistema di canalizzazione delle acque alimentate dalla sorgente del vicino monte Grifone, raffinatissimo nelle tessitura degli ambienti e nel gioco degli intonaci colorati. I lavori svolti dalla Soprintendenza hanno permesso una lettura più precisa della costruzione e della sua storia, in particolare per i tre ambienti convenzionalmente denominati come cappella, sala dellemiro e sala della preghiera interessati dagli interventi di consolidamento e restauro. Per il futuro, il coordinatore delle associazioni Nino Vicari auspica un progetto esecutivo, pubblico e monitorato nei tempi e nei modi sino alla definitiva apertura al pubblico dopo secoli di oblio. È iniziato il trasferimento delle collezioni dal Museo Mormino di Villa Zito a Palazzo Branciforte: si approssima infatti il 24 maggio, data dellinaugurazione delledificio ex Monte di Pietà, destinato dalla Fondazione Banco di Sicilia presieduta da Gianni Puglisi a diventare polo culturale su progetto di Gae Aulenti. Per linaugurazione è annunciata la presenza del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, Oltre alle collezioni di dipinti, numismatica, archeologia, saranno spostati anche alcuni dei preziosi volumi, che annoverano rarità come la serie dei Voyages pittoresques en Sicilie di Houel e Gigault de la Salle, e Campi Phlegrei, primo trattato di vulcanologia italiana che comprende al suo interno 76 incisioni e gouaches sui vulcani italiani. Tra i dipinti, opere di Lojacono, Catti, De Maria Bergler, Boldini, Guttuso, Chagall, Canova, Giovanni Fattori e Leto. p.n.