Andrea Carandini è forse il miglior presidente del consiglio superiore dei beni culturali che possiamo adesso desiderare in Italia: la sua competenza di archeologo, accompagnata dalla mitezza del carattere e da un'età che ormai lo tempra e lo allontana dai livori e dalle asprezze del dibattito pubblico, gli consente di essere un uomo delle istituzioni estremamente misurato, mai eccessivo, mai velenoso nelle dichiarazioni alla stampa. Un autorevole figura che ben presiede un organo di indirizzo e supervisione per i beni storico-artistici e paesaggistici. Il problema è che tale consiglio superiore, da lui diretto, è a tutt'oggi e sarà sempre più un comitato di saggi poco influente e molto marginale nelle politiche che riguardano il futuro del nostro patrimonio d'arte. Chi ha dubbi, può leggere l'ultimo libro di Carandini, Il nuovo dell'Italia è nel passato, intervista a cura di Paolo Conti (La-terza). Al di là delle notizie biografiche, sono le esplicite dichiarazioni dell'archeologo a confermare la marginalità di quest'organo. Nonostante il consiglio superiore abbia «una funzione importantissima in materia di programmazione annuale e triennale della spesa del ministero», nonostante segnali «criteri metodologici di intervento e linee strategiche» a cui le soprintendenze devono generalmente attenersi, nonostante sia chiamato ad esprimersi sui piani nazionali dei beni culturali, Carandini confessa: il consiglio è «un organismo in cui le istanze tecniche e amministrative possono essere esaminate, dibattute e trasformate in proposte tramite mozioni. Sta poi al governo considerarle o ignorarle (spesso le ignora)». Dunque il governo spesso ignora il giudizio del consiglio superiore. Inoltre «il ministro può chiedere un'opinione al consiglio, cosa che avviene assai di rado». Assai di rado. Inoltre quando parla dei suoi rapporti con il ministro stesso, ovvero con la persona che nell'esecutivo deve lottare per un euro in più alla cultura, Carandini risponde: «Sandro Bon-di fu presente al mio insediamento, poi non venne più». Sembrano tutte dichiarazioni di evidente impotenza. Con Galan i rapporti erano migliori ma è durato poco. Se consideriamo che il precedente presidente del consiglio fu Salvatore Settis e si dimise in conflitto con il governo Berlusconi, la conclusione è presto dedotta: tale consiglio è un organo che in teoria potrebbe essere decisivo, in concreto è carente di potere. Indirizza e suggerisce, ma chi decide poi è la politica. Quando il 15 marzo 2011 Carandini si dimette da presidente (dimissioni poco dopo ritirate), dichiara: «Possiamo al momento contare solamente su 102 milioni per curare il paesaggio e il patrimonio storico artistico, che è un obbligo imposto dalla Costituzione, cui il ministero non è più in grado di ottemperare». In questa affermazione non c'è solo l'amarezza per una politica che taglia i fondi: c'è tutta l'impotenza di un presidente verso l'istituzione che dirige e che si trova in una situazione di evidente irrilevanza. Quale futuro può esserci per una struttura dello Stato che ragiona su finanziamenti che sono sempre più risibili, che indirizza le scelte di soprintendenze che si stanno svuotando in assenza di turnover, che istruisce criteri metodologici a restauratori e dipendenti del Mibac, vicini alla pensione e non più rimpiazzati dai giovani? Il sospetto che il consiglio superiore sia considerato dalla politica un ferro vecchio, c'è, è evidente. Dunque, la battaglia è persa? No. Lo dice Carandini stesso in una relazione riportata nel libro: «La bellezza della penisola non è firmata da un artista, non è un prodotto estetico, ma è l'esito in gran parte spontaneo e in piccola parte programmato del lavoro delle comunità che si sono susseguite per millenni nella penisola». Le comunità. Se tra i poteri di un presidente del consiglio superiore, vi è anche quello di «invitare funzionari e personalità estranee all'amministrazione per allargare la discussione a competenze diverse», allora il nostro invito è a tentare ciò che non è stato ancora tentato: un dialogo quotidiano, programmato, con le forze vive, pulsanti, misconosciute che nascono dai territori, si raggruppano in comunità attorno ai monumenti che amano e che solo un'ideologia miope può relegare al ruolo di volontariato, di personale non specializzato. Lì rinasce l'Italia, e la sua cultura. L'invito è a tentare questo dialogo finora assente. Solo così il consiglio superiore può ritrovare quella ragione di essere che oggi appare così annebbiata.
L'esilio del consiglio dei saggi. Un libro-intervista di Carandini sull'organismo dei beni culturali
Andrea Carandini, presidente del consiglio superiore dei beni culturali, è considerato un' figura competente e mite. Tuttavia, il consiglio superiore è un organismo poco influente e marginale nelle politiche relative al patrimonio d'arte. Carandini confessa che il consiglio può esprimere opinioni, ma il governo spesso le ignora. Il ministro può chiedere un'opinione al consiglio, ma ciò avviene raramente. Carandini si dimette dopo aver dichiarato che il ministero non può più curare il paesaggio e il patrimonio storico artistico a causa di finanziamenti insufficienti.
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