Audizione invettiva a San Macuto del presidente del Consiglio superiore Il Carandini furioso, strenuo difensore del patrimonio culturale, fa i nomi: quello di Umberto Broccoli, per esempio. Che dice inadatto al ruolo che ricopre, in una soprintendenza nata sotto legida di Raffaello e del mecenatismo papale, ora affidata a un «abile comunicatore» ridotta a un quasi nulla di "fuffa" pseudoartistica, che si affanna a fare cassa sfruttando qualunque museo a casaccio. In più, Roma Capitale che sembra chiedere più poteri e più risorse, deve restare a distanza "di sicurezza" da ciò che possiede, dal patrimonio che detiene in nome della comunità. Istituzionale come nessunaltra la sede dellinvettiva, ovvero palazzo San Macuto dove il professore archeologo, paladino della divulgazione di stile britannico, è convocato in qualità di presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali per unaudizione sul Decreto su Roma Capitale. O meglio, di quegli aspetti di gestione dei Beni culturali che avevano sollevato già a fine 2011 una drastica levata di scudi e molta apprensione nel mondo dei tecnici, degli addetti ai lavori. Carandini lo dice a chiare lettere: più volentieri avrebbe discusso di una legge per sostenere un patrimonio in via di disfacimento, di risorse urgenti per una Domus Aurea che marcisce o magari di una decisione infine presa per fare finalmente dellAppia antica un Parco archeologico. Invece si trova, suo malgrado, a operare sofistici distinguo tra tutela e valorizzazione concetti tenuti separati non tanto per reale interesse del bene comune, dei cittadini ma per «esigenze di burocrazia». A difesa di tutto esistono le soprintendenze romane: che sono un po «lequivalente magistratura della tutela che costituisce la prima e più efficace garanzia di qualità del sistema di gestione del patrimonio culturale». Queste istituzioni «mantengono un alto profilo scientifico e professionale, malgrado i tempi grami». Cosa che - affonda larcheologo - non accade dalle parti del Campidoglio dove invece malgrado una storia gloriosa e radici assai nobili da un punto di vista culturale, «lattuale sovraintendente, che ha certamente delle qualità di comunicazione, dal punto di vista tecnico e scientifico non è la persona più adatta per gestire questo ruolo». Il compito del Campidoglio, prima di ogni altro intervento in questo ambito, dovrebbe essere «far risorgere unistituzione culturale di primissimo piano». Ora, è la conclusione di Carandini, quel che urge rispetto al decreto è lasciare la tutela come «appannaggio esclusivo delle soprintendenze statali» e quella attribuita a Roma Capitale va abolita, perché viola la costituzione (articolo 118). Insomma, ogni intervento di valorizzazione del patrimonio culturale romano dovrebbe «avvenire sulla base di un accordo che indichi fin nei minimi dettagli quali immobili statali e quali comunali sono immessi in questo circuito di gestione condivisa». Senza che Roma possa mettere bocca nemmeno sullarcheologia preventiva, attività che «non può essere svolta dal Comune di Roma che finirebbe per cumulare i ruoli di controllore e controllato». Oggi alle 14 le audizioni del sindaco Alemanno e dei presidenti di Regione e Provincia, Polverini e Zingaretti.