il piano edilizio di volla al di là dei tecnicismi A poco più di un anno dal presunto inizio, lunico modo in cui si può pensare al Forum è: una vergogna nazionale. Lennesima prova, se ancora ce ne fosse bisogno, del degrado culturale e istituzionale in cui è caduto il nostro Paese. Il Forum delle culture è uno dei tre o quattro eventi universali della contemporaneità. Assieme alle Olimpiadi, allExpo, alle Universiadi è quello per cui gli Stati, candidando una città, entrano in gara fra loro, competono per aggiudicarselo. E, per quanto territorialmente localizzati, è sempre lo sforzo congiunto e coordinato di tutte le istituzioni, a partire da quelle centrali, a decretarne la riuscita e il successo. Solo in Italia questi grandi eventi restano relegati alla sfera locale. Essendosi perduto il senso collettivo del Paese, si ritiene che essi determinino benefici economici e dimmagine solo per una città. Si reputa che costituendo "loccasione" di un solo luogo essi siano una faccenda locale. Applicando un senso distorto del federalismo, in cui linvidia del "particolare" (si fa in "quella" città) si sostituisce allorgoglio generale (si fa in Italia), la gestione politica, amministrativa, economica e organizzativa di un grande evento universale è totalmente confinata in una dimensione locale e localistica. Vale per il Forum, vale per lExpo 2015, che non naviga certo in acque migliori. Entrambi, in qualche modo, incarnano ed esemplificano lo smembramento politico e culturale in cui versa il paese, in pugno allorda di nuovi barbari autoctoni che, cresciuta silenziosamente nelle zone dombra della nostra storia recente, è emersa dal buio ed è diventata maggioranza, portando con sé un insieme magmatico di primitivismo e istintualità animale, lo humus che alimenta la nuova Italia, una repubblica fondata sulla divisione, parcellizzata, localistica, egoistica, animata da un individualismo organico e ordinata secondo le regole e le logiche del clan. È vero che il Forum delle culture 2013 ha costituito un vulnus sin dai tempi della sua assegnazione. È ancora vivo il ricordo dellallora presidente del Consiglio Prodi impegnato a sostenere, come è giusto che fosse, la candidatura di Napoli. Ma è altrettanto vivo il ricordo della frattura che si consumò fra lamministrazione comunale (di centrosinistra) e il governo (di centrosinistra) allorquando questultimo si rifiutò di riconoscere lo status di "grande evento" al Forum, motivando, nella sostanza, tale rifiuto con linaffidabilità degli organismi locali (e degli uomini da questi delegati) a gestire levento. Che da quel momento restò nelle mani delle istituzioni locali, tutte governate da un centrosinistra progressivamente stanco, screditato e dilaniato da guerre intestine, ma non per questo indebolito nella propria arroganza e presunzione, tanto da alimentare il sogno (o da millantare la realizzazione) di un grande evento, tuttavia senza specificarne quantità e origine delle risorse, idee, programmi. Lo smembramento del blocco di potere del centrosinistra con la perdita della Provincia prima, della Regione poi e, infine, del Comune, ha ulteriormente indebolito le già scarse possibilità di dignità del Forum. E le ultime vicende, dal dimezzamento della durata dellevento fino allo sfilarsi della Provincia, passando per i debiti e la probabile insolvenza della fondazione, non costituiscono che la logica conclusione di una storia dissennata e autolesionista. Per lItalia, non solo per Napoli. Una storia esiziale (lopportunità che si tramuta in danno) dalla quale si può uscire soltanto in due modi: o con una presa datto (e un conseguente intervento economico e gestionale) della presidenza del Consiglio della figuraccia che il paese sta facendo agli occhi del mondo o con una dignitosa rinuncia da parte del sindaco e dellamministrazione comunale, che non ha certamente colpe nel disastro attuale (tolta la maldestra, ma ininfluente, vicenda di Vecchioni), ma che rischierebbe invece di pagare le conseguenze di un fallimento che appare ormai altamente probabile. orrei contribuire a rendere chiaro perché il dimensionamento di un piano urbanistico non è una questione tecnica riservata agli addetti, ma invece un nodo essenziale per gli interessi collettivi non solo locali. È noto: esso stabilisce quanti nuovi fabbricati rendere realizzabili in un certo arco di tempo. Le nostre normative lo legano alla stima del "fabbisogno", implicitamente assumendo che quello alla casa sia un diritto di cittadinanza. La procedura consueta si basa su una previsione demografica (quanti abitanti nel Comune fra dieci anni?) e sullo standard di un alloggio per ciascun nucleo familiare previsto. Un numero inferiore di alloggi (preesistentinuovi) incrementerebbe il disagio sociale, un numero troppo superiore (in tutti i nostri Comuni cè già una quota di non occupato) incrementerebbe il patrimonio edilizio inutilizzato sprecando risorse che potrebbero meglio destinarsi, per esempio, ad attività produttive. Nel nostro Paese più che in altri il processo è condizionato dalla rendita immobiliare urbana che fa affluire nelle tasche di pochi proprietari, senza alcun loro sforzo o rischio, grandi ricchezze a spese di estese quote della cittadinanza (ma indirettamente e progressivamente dellintera collettività). Tali interessi particolari premono per il sovradimensionamento dei piani. Gli artifici cui si ricorre sono molti. Esemplificando, uno utilizza per la previsione demografica la formula dellinteresse composto, come se i neonati di un anno potessero nel successivo contribuire alla crescita naturale della popolazione al pari dellinteresse sui risparmi in banca: è chiaro che così si prevedono più abitanti del possibile. Un altro riguarda il disagio abitativo: è infatti giusto considerare fabbisogno insoddisfatto quello corrispondente agli alloggi sovraffollati, ma lartificio sta nel ritenere inesistenti tali alloggi sovraffollati che invece possono essere riutilizzati da famiglie più piccole o da studi professionali. Un terzo considera come inesistenti gli alloggi malsani, senza documentarne quale aliquota sia risanabile (quindi da riusare) e quale no, spesso inoltre contando due volte lalloggio malsano se è anche sovraffollato. E talora ci si spinge fino a programmare un incremento delle abitazioni inutilizzate con lalibi mistificatorio dell"inoccupato frizionale" che dovrebbe contenere i prezzi. Il risultato di tutto ciò è unedificabilità nel piano maggiore del necessario per produrre rendite urbane sui suoli coinvolti. Ma ciò determina gravi contraccolpi collettivi: spreco improduttivo di risorse finanziarie, incremento dei costi insediativi e soprattutto peggioramento delle condizioni ambientali. Costruire nuovi edifici significa cementificare altre aree verdi. Quelle aree verdi che sono una componente essenziale per la vivibilità metropolitana e che nella conurbazione napoletana sono ormai scarsissime, specie allinterno delle "città consolidate", sì che vanno consumate solo in caso di imprescindibili necessità autenticamente sociali. È per questo che il dimensionamento del piano di Volla (che utilizza diversi degli artifici su accennati) interessa anche tutti gli abitanti della provincia. Ed è per questo che è ormai intollerabile il ritardo dellAmministrazione provinciale per quel piano territoriale di coordinamento, adottato oltre quattro anni fa e poi andato "disperso", che assume fra gli obiettivi fondamentali il contenimento del consumo di suolo.