Un libro di Cesare Feiffer che raccoglie i suoi interventi sul tema Dal 1994 Recupero e conservazione mantiene accesa la discussione sulla valorizzazione e la riqualificazione dellarchitettura storica e del paesaggio. In occasione del centesimo numero della rivista, il direttore Cesare Feiffer ha raccolto i suoi saggi nel libro Pensieriparoleopereomissioni (De Lettera Editore, con le belle fotografie di Riccardo Zipoli). Sono spunti di riflessione che tentano di fare uscire il dibattito sulla conservazione fuori dalle aule universitarie. «Nelle accademie, il confronto su questi temi è ormai a livelli molto alti, ma stenta a coniugarsi con la pratica», spiega Feiffer che, oltre a esercitare la professione di architetto restauratore sul campo, insegna Restauro architettonico allUniversità Roma Tre. «Si sostiene solo un esame di questo tipo, sui 31 del corso di studi di architettura», precisa. Tanto per dimostrare quanto il concetto di custodia dellesistente sia perdente rispetto al luogo comune che vede nellarchitetto esclusivamente un progettista del "nuovo". «Ma non cè più spazio per costruire continua . In Italia si ragiona come se fossimo in Australia e intanto le ville venete affogano tra i capannoni. Abbiamo il centro dismesso di Porto Marghera che si potrebbe riutilizzare, e invece si progetta una Veneto City, un polo terziario ex novo». Eppure i modelli virtuosi ci sono: «Bisognerebbe promuovere il concetto di "albergo diffuso", recuperare i borghi storici con le costruzioni preesistenti. Un esempio può essere Santo Stefano di Sessanio, in Abruzzo. Progresso non significa nuovi volumi e costruzioni. Dobbiamo cominciare a considerare il plusvalore dato dalla conservazione dellantico». Il motto è: meno archistar e più architetti, soprattutto quelli delle soprintendenze «pochi e male armati, ma che si battono quotidianamente nel silenzio per la cultura della conservazione». Nel libro, Feiffer solleva anche il problema della perdita delle competenze della manodopera, della fine dei materiali storici e locali, ormai sostituiti da quelli "global". «Sono ormai industriali, dalla Val dAosta alla Puglia. E, nel restauro, tendiamo a disfarci degli intonaci che invece rappresentano una traccia di storia fondamentale». Perché nellintonaco si nasconde il dna di una cultura architettonica in via di estinzione.