BRUXELLES Tra sentenze non rispettate, deferimenti alla Corte di giustizia della Ue e minacce di finirci: l'Italia si merita di gran lunga la palma di paese meno ambientalista dell'Unione. Roma arriva infatti a sommare ben 15 procedimenti di infrazione, infrange un po' d'appertutto. Un record. «In Italia abbiamo differenti casi, grandi e piccoli. C'è una diversità di infrazioni, ed è sconvolgente», riassume la portavoce del Commissario all'ambiente Stavros Dimas. «Errare è errare è umano ma perseverare è diabolico», è il commento di Roberto Della Seta, presidente di Legambiente, facendo eco al Wwf che sottolinea i «gravi i richiami all'Italia». «L'assoluta disattenzione con la quale questo governo gestisce la politiche ambientali - accusa Della Seta - non solo ci fa screditare di fronte all intera Comunità europea, ma ha arrecato e continua a farlo, gravi danni sia all'ambiente che all'economia dell'intero Paese». «Ancora una volta quei comunisti di Bruxelles - accusa ironico il senatore dei verdi Sauro Turroni - portano l'Italia sul banco degli imputati perché il governo Berlusconi, con una dedizione e perseveranza degna di miglior causa, viola o non rispetta tutte le norme comunitarie, nessuna esclusa, in materia ambientale». Le infrazioni più gravi commesse dall'Italia dal punto di vista giuridico - sottolineate dalla Commissione europea - sono la mancata definizione delle Zona di protezione speciale per gli uccelli, soprattutto in Sicilia, Sardegna, Lombardia e Calabria, e il mancato rispetto delle norme europee di gestione dei giardini zoologici. Si tratta di due questioni su cui Roma è già stata condannata dalla Corte del Lussemburgo e, pur condannata, non è ancora corsa ai ripari con il rischio di dover pagare a breve grosse multe. Poi ci sono i giudizi in atto, ben dieci. Si va dalla mancata valutazione ambientale per il megainceneritore di Brescia all'assenza di un impianto per il trattamento delle acque reflue in provincia di Varese (acque che finiscono nell'Olona e quindi nell'Adriatico dando una mano all'eutrofizzazione); dal mancato rispetto della direttiva Habitat (per due strade costruite in Alto Adige e per gli impianti sciistici di Santa Caterina Valfurva, nel cuore del Parco dello Stelvio, che ospiteranno gli ormai prossimi mondiali di sci di Bormio) al mancato rispetto della direttiva Seveso II sugli incidenti rilevanti per la salute umana. L'Italia non rispetta inoltre un regolamento Ue che limita l'uso di sostanze che riducono lo strato di ozono e non ha dato attuazione alla direttiva sulla prevenzione e riduzione integrate dell'inquinamento che regola gli impianti industriali attivati dopo il 30 ottobre 1999. Gli ultimi due casi riguardano il mancato recepimento della normativa sulle acque e della direttiva sullo scambio di quote di emissione dei gas a effetto serra, scaduta il 31 dicembre e boicottata con ostinazione dal governo Berlusconi. Infine ci sono tre «avvertimenti scritti finali», inviati dalla Commissione all'Italia e che costituiscono l'ultimo passo prima del deferimento alla Corte della Ue. Il primo riguarda proprio la mancata presentazione del piano nazionale di assegnazione delle emissioni gassose che doveva permettere alle imprese italiane di partecipare al mercato europeo delle emissioni. La non stesura del piano produce danni sia all'ambiente che alla competitività dell'industria nazionale. L'Italia non ha poi trasmesso i dati del 2002 sull'inquinamento atmosferico in Calabria e ha considerato superflua la valutazione ambientale per un progetto di strada a scorrimento veloce a Imola.