Larticolo di Sergio Stenti su "Repubblica" del 31 gennaio riapre una serie di questioni sul tema della "qualità" dellarchitettura, urbana, della città. Fino a qualche decennio fa questo tema sembrava essere risolto in ordinate procedure e saperi che, partendo dal piano urbanistico, passando per i piani particolareggiati e atterrando nei progetti urbani e architettonici, supponevano di garantire la qualità alle varie scale del problema. Oggi sono cambiati alcuni nomi (al Prg corrisponde il Puc; ai piani particolareggiati i Pua e i Pue, anche con significativi cambi di metodi e procedure), ma soprattutto non si teorizza più, né la si ritrova nella pratica, lidea che i processi di scala minore (larchitettura, il progetto urbano) derivino da buone regole di scala superiore (i piani). È gradatamente invalsa la procedura secondo cui, pur in sussistenza di regole di carattere generale (i piani), allapparire di leggi, fonti di finanziamento, procedure per azioni settoriali (oggi i Piu, il piano casa, la Coppa America, il Forum delle culture) è possibile modificare le regole del gioco, in funzione dellottenimento di benefici funzionali di questi piani settoriali. È la "deregulation" di cui parla Stenti, che a volte spinge a «rimuovere ogni regola urbanistica ed edilizia per consentire di costruire comunque e dovunque». Queste procedure vedono nella pratica del "project financing" una partecipazione azionaria sempre maggiore da parte dei privati (grandi società, non singoli utenti), passando progressivamente, da una partecipazione "di minoranza" dei capitali privati, a una partecipazione "di maggioranza" o di totale azionariato degli stessi. È, quindi, attraverso tali procedure settoriali, più che attraverso lattuazione dei piani urbanistici, che da almeno tre decenni si attua la strategia di trasformazione delle grandi e medie città italiane. Al pubblico resterebbe il potere decisionale e direzionale di indicare le strategie urbane, anche in deroga ai piani vigenti, attribuendo, in cambio della realizzazione di attrezzature e servizi per il pubblico a carico dei privati, quote maggiorative dei diritti edificatori, come remunerazione per i capitali investiti. Ed è proprio questo che riguarda il "piano casa". Ci troviamo, quindi, di fronte a cambiamenti estremamente significativi: densificazione contro grande dimensione e dispersione; intervento diretto dei privati contro intervento "dirigistico" dei poteri pubblici; uso di capitali privati contro uso di capitali pubblici. Si potrebbe pensare che, essendo quegli errori (dispersione e grande dimensione) effetto di programmazione pubblica, con lattuale prevalenza, se non esclusiva presenza, del privato, non potremo che avere benefici, anche perché il privato è automaticamente portato a una forma di "densificazione" connessa al raggiungimento del massimo profitto. Evidentemente non è così, e, viceversa, lintervento del privato connesso alla "densificazione" non è automaticamente salvifico e migliorativo, anzi. Quale è allora il problema che emerge sempre più, per ottenere che la "riqualificazione" sia anche "qualificazione"? La necessità di istituire, attraverso buone e innovative pratiche, regole per il raggiungimento della qualità architettonica, e, soprattutto, urbana, in grandi-medie aree urbane, strutturanti i nostri sistemi insediativi metropolitani. In relazione al tema del piano casa, poiché si tratterà probabilmente di aree con grande incidenza nella costruzione della futura immagine della città, non ci si può illudere di ritrovare esclusivamente le regole di "buona qualità" al loro interno. In più, il richiamo da parte del Comune alle regole del Prg è assolutamente insufficiente. In primo luogo il problema va impostato in relazione alle potenzialità che questi interventi potrebbero avere nel migliorare le qualità generali del contesto urbano in cui ricadono. In secondo luogo, questi interventi, che prevederanno anche servizi e attrezzature, dovranno porre lobbligo per chi li realizzerà di non costruire solo le residenze per poi venderle senza concludere le opere destinate ad attrezzature, parchi, servizi, previste contestualmente. Proporrei, anzi, provocatoriamente che la realizzazione parta proprio dalla realizzazione di questi ultimi, e solo alla fine si sposti sulla realizzazione delle case. In terzo luogo: le regole per la qualità del progetto. Anche se le opere previste ricadranno a carico totale di privati, credo che sia indispensabile (come accade in altre nazioni) passare attraverso concorsi pubblici aperti, preliminari alle gare di appalto e concessione, attraverso cui si apra un confronto fra idee che esplicitino le possibili soluzioni sia interne alle aree scelte, sia di relazione con i contesti in cui esse sono inserite, chiarendo in particolare, oltre alle scelte di impianto, i rapporti con i tessuti circostanti, con le caratteristiche storiche, morfologiche e tipologiche del luogo, con i segni di antica stratificazione, con le qualità paesaggistiche prossime e di sfondo. Tutto ciò imponendo tempi e procedure semplici e certi, senza arzigogoli burocratici, trovando commissioni agili che guardino nel merito delle proposte più che alle formalità leguleie, e le sottopongano a un pubblico dibattito.
NAPOLI - regole per costruire insediamenti di qualità
Larticolo di Sergio Stenti su "Repubblica" esamina il tema della "qualità" dellarchitettura, urbana, della città. Fino a qualche decennio fa, si supponeva di garantire la qualità attraverso procedure ordinate e saperi. Oggi, non si teorizza più lidea che i processi di scala minore derivino da regole di scala superiore. Invece, si procede con la "deregulation", consentendo la modifica delle regole del gioco attraverso leggi, fonti di finanziamento e procedure settoriali. Queste procedure vedono la partecipazione azionaria dei privati, che possono ottenere quote maggiorative dei diritti edificatori. Il "piano casa" è un esempio di tale procedura.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo