"Ci sono tre strati di vernici ritenute un tempo protettive che danneggiano la pittura originale Dobbiamo capire come" AllOpificio i più moderni esami cercano di capire perché il dipinto incompiuto sta degenerando fin quasi a svanire "Rischiamo di perderlo definitivamente" Da quasi tre mesi un paziente deccezione è ricoverato allOpificio delle pietre dure. Intorno a lui, nei laboratori della Fortezza, si muovono i restauratori più esperti dellistituto fiorentino, ma anche gli scienziati dellIno, dellIfac, dellInfn, dellEnea e degli atenei di Bologna, Firenze, Perugia e Pisa. Con le tecnologie più sofisticate, e lattenzione speciale che si riserva a un capolavoro. LAdorazione dei Magi, il grande incompiuto di Leonardo Da Vinci custodito agli Uffizi, è gravemente malato. Le indagini in corso dal 18 novembre su quella che è giudicata una delle opere più rappresentative dellartista, iniziata nel 1481 per i monaci di San Donato a Scopeto e mai terminata a causa della sua partenza per Milano, stanno confermando quanto gli studiosi, a cominciare dal direttore della Galleria Antonio Natali, sostenevano da tempo, e in parte era già emerso da analisi condotte nel 2002. Con la differenza che oggi, a dirlo, sono strumenti infinitamente più evoluti, che poco margine lasciano allincertezza. Radiografia, fluorescenza uv multispettrale, uv riflesso e in falso colore, riflettografia a infrarossi, e ancora fluorescenza X, riflettanza Fors, spettroscopia Raman. E infinita la lista degli esami e dei macchinari impiegati, fra i quali spicca un prototipo di scanner realizzato dallIstituto nazionale di Ottica in grado di acquisire e ricomporre immagini in 14 lunghezze donda. «Si tratta, per il momento, di tecniche non invasive spiega Marco Ciatti, direttore del laboratorio restauri dellOpificio Se tutte convergeranno verso lo stesso risultato, potremo dirci sicuri. Se invece rimarrà qualche dubbio, procederemo come ultima ratio a un numero limitatissimo di prelievi che, rispetto agli altri sistemi, hanno un vantaggio di chiarezza, in quanto possono essere fatti in maniera stratigrafica». «Vogliamo comprendere continua il direttore come è fatto il dipinto e qual è la sua patologia, ovvero come il materiale pittorico utilizzato da Leonardo interagisce con vernici e colle aggiunte successive». «Anche grazie a ricerche di archivio spiega poi abbiamo individuato almeno tre interventi eseguiti sul quadro: due nel '700, uno allinizio del '900. Non siamo stupiti perché era tipico, nelle collezioni granducali fiorentine, procedere con continui trattamenti di manutenzione che si pensava rinforzassero i dipinti. Questo spiega la marea di materiali sovrapposti sullAdorazione, la cui alterazione provoca un problema non soltanto estetico, ma di leggibilità dellopera, offuscando il disegno e nascondendo, probabilmente, figure importanti». Il secondo problema è di carattere strutturale: dalla parte inferiore del dipinto manca una traversa di controllo che tenga insieme le tavole verticali di cui è composto. Il risultato è che queste si muovono, e il colore rischia di cedere e staccarsi. «E impossibile che il quadro sia nato così. E successo qualcosa che stiamo cercando di ricostruire, forse unoperazione di adattamento a scopo espositivo». Di questi primi risultati si è parlato poche settimane fa alla National Gallery di Londra, in un convegno in occasione della grande mostra su Leonardo appena terminata, al quale lOpificio ha contribuito con tre relazioni. Per le conclusioni definitive, invece, si dovrà attendere marzo: «Formuleremo una proposta ai responsabili dellopera, Soprintendenza e Uffizi, e valuteremo il da farsi». La necessità di intervenire sembra, però, quasi scontata. E il rischio è il riaccendersi delle polemiche che, dieci anni fa, videro in prima fila il critico James Beck (scomparso nel 2007) il quale, con la sua Artwatch, promosse una campagna internazionale contro lipotesi di restauro, alla fine accantonata. «E assurdo che a polemizzare sia una realtà anglosassone come Artwatch ribatte Ciatti In Italia vige una concezione del restauro estremamente rispettosa: per pulitura delle opere intendiamo sempre un assottigliamento dei materiali non originari, mai una loro completa rimozione. La scuola anglosassone, invece, sostiene interventi molto più radicali. E così fin dalla "cleaning controversy" che vide protagonista Cesare Brandi negli anni '50».