Mario P. Chiti presidente Associazione amici degli Uffizi pisani Caro direttore, a Pisa, in pieno centro storico, a poche centinaia di metri dalla piazza dei Miracoli, c'è una bella piazza (Francesco Carrara) con affaccio sull'Arno circondata da edifici pubblici dismessi o in via di dismissione (ex convento di San Nicola, Palazzo Ricci e altri) spazi teatrali inutilizzati da cinquanta anni e mai definitivamente recuperati (Teatro Rossi), un grande immobile (Palazzo Reale) sede del museo statale meno visitato d'Italia (e non per la qualità delle sue collezioni). Un complesso di volumi e di spazi straordinariamente omogeneo, oggi in sostanziale abbandono salvo un improprio utilizzo quale parcheggio del centro (progressivamente ristretto per saggia decisione dell'amministrazione comunale). Insomma, una zona ritornata, ma per degrado, alla condizione di Pisa quale «città del silenzio» di dannunziana memoria. Un soprintendente, oggi non più in servizio, che non aveva voluto esaurirsi in un ruolo meramente burocratico, ha proposto un completo piano di recupero di questo complesso, denominato «Uffizi pisani» sulla scorta di documentate ricerche storiche, architettoniche, istituzionali. Il progetto è piaciuto molto; si sono avute giornate di studio e di approfondimento largamente partecipate; si è costituita un'associazione di supporto all'iniziativa, anche per cercare il concorso dei privati, necessario in questo periodo di sempre più ridotte risorse pubbliche per i beni culturali. Il Corriere Fiorentino di giovedì 2 febbraio pubblica però un articolo a firma di Tomaso Montanari assai critico, a dir poco, del progetto pisano; come di altre iniziative toscane, che in verità sono impropriamente richiamate insieme. Il titolo riassume il senso dell'intervento: si contestano progetti che esprimono un'omologazione della cultura, ove «arte è usata come marketing». Tutto perché Pisa, come altre città della regione, rincorrerebbe il modello fiorentino di «un uso commerciale e omologante dell'arte del passato». Montanari si lancia in un attacco frontale contro il progetto degli Uffizi Pisani con una voluta confusione di invettive personali (davvero diffamatorie, su cui il destinatario potrà assumere le proprie iniziative) e di pretese argomentazioni storico-architettoniche, peraltro smentite da ampia letteratura e documentazione. Si tirano poi in ballo altre questioni, come la vendita di immobili vicino al Duomo, che nulla hanno a che fare con il progetto Uffizi; dando alla fine vita ad una sorta di canovaccio da cattivo talk show televisivo ove, partiti da un tema specifico, si finisce per fare un frullato confuso che depista completamente i lettoriascoltatori. Ma è la stessa idea di fondo ad essere del tutto sbagliata: il Progetto Uffizi non ha nulla di «marketing», non segue alcun modello di «uso commerciale e omologante dell'arte del passato»; né è ispirato da modelli fiorentini. E invece un tipico esempio di iniziativa pubblica, finalizzato ad uso pubblico dei beni coinvolti, basato sui finanziamenti pubblici ed aperto al necessario concorso dei privati. Un'occasione irripetibile per superare cinquanta anni di abbandono della piazza che, insieme alla piazza dei Cavalieri, ha costituito per secoli il centro civile della città. Articoli come quello di Montanari esprimono alla fine un'idea negativa per ogni progetto di recupero e valorizzazione dei beni culturali, anche in aree vitali perla vivibilità delle città, per la sicurezza urbana, per assicurare spazi da destinare a funzioni pubbliche e di pubblico interesse. Il passo dall'opposizione al nichilismo è assai breve. Mario P. Chiti Il professor Chiti trova formidabile l'idea degli Uffizi pisani. Sarebbe interessante sapere quanti cittadini di Pisa condividono questo entusiasmo: fossero la maggioranza, ci sarebbero buone speranze di ribattezzare ufficialmente via Santa Maria la via Calzaiuoli Pisana, o la Torre Pendente il Campanile di Giotto Pisano. Sul piano culturale non ci sarebbe molta differenza: è la pervasività del marketing che induce il bisogno di assimilarsi ad un brand noto, anche se l'operazione è insensata (e controproducente, perché porta al ridicolo). Quanto all'ex soprintendente Malchiodi (se a lui si riferisce il professor Chiti: ma, tra incomprensibili insinuazioni massoniche e accuse di nichilismo, potrei essermi smarrito), non c'era alcuna intenzione di diffamarlo. Il professor Chiti non contesta il merito delle mie affermazioni: la passerella aerea c'è davvero (del resto, è difficile non vederla), l'idea di costruirne un'altra in cristallo sull'Arno è stata ampiamente, riportata dalla stampa («E' una mia idea, ma la vedo come una necessità», dichiarava Malchiodi al Tirreno nel 2007), l'approvazione della pavimentazione di piazza dei Cavalieri con la croce stefaniana è un dato di fatto. Da cittadino (che con le proprie tasse ha finanziato anche le iniziative di Malchiodi), da storico dell'arte e da professore universitario immagino di avere il diritto di criticare, anche radicalmente, questo progetto culturale e queste spese. D'altra parte, su piazza dei Cavalieri la soprintendenza sta già facendo marcia indietro, e mi auguro di cuore che anche gli Uffizi Pisani rimangano solo una targa, o una battuta da Vernacoliere. Infine, non so da dove tragga il professor Chiti la certezza (questa, sì, vagamente offensiva) che il mio articolo esprima un giudizio negativo su «ogni progetto di recupero e valorizzazione dei beni culturali». Non so se il professore se n'è accorto, ma l'assessore alla cultura del comune di Pisa, Silvia Panichi, sta promuovendo un promettente progetto per la valorizzazione dei luoghi monumentali della città, tra i quali il meraviglioso, e purtroppo assai poco visitato, museo nazionale di San Matteo. Il mio giudizio sui presupposti e sugli intenti di quel progetto è per esempio del tutto positivo. Anche perché non ruota intorno all'idea di ribattezzare il museo di San Matteo, che so, il Pitti pisano. Tomaso Montanari