Possediamo, in gran parte nel sottosuolo, un patrimonio di grande valore. Qualche cosa di simile a un'immensa riserva petrolifera, in una certa misura sotterranea, che non vogliamo o siamo incapaci di sfruttare. Infatti, ospitiamo almeno il cinquanta per cento dei capolavori del pianeta, e la Toscana ne possiede più della Francia. Dunque, un capitale simile a un grande giacimento di petrolio non utilizzato. E queste cifre non sono un parto della mia fantasia, ma degli studi sviluppati, tra l'altro, dall'Unesco. In queste condizioni, perché non offrire a ognuno dei centottanta stati della terra la gestione di una nostra specifica realtà artistica e culturale e una buona parte del relativo reddito? Si tratta di una proposta che può apparire a qualche benpensante tradizionalista una pura follia. Forse un paradosso. Ma è proprio così? O il rifiuto di procedere con questa logica così differente da quella tradizionale è inaccettabile? Non credo. Prendiamo dunque in considerazione l'uso del nostro patrimonio artistico, cresciuto nei millenni attraverso la civiltà etrusca, quella latina, il Cristianesimo cattolico e il Rinascimento, per salvarlo. Ma, per chiarirci le idee, facciamo qualche esempio: perché non offrire al Brasile di gestire (con il relativo reddito) i musei etruschi di Volterra invece di discutere con u brasiliani soltanto il problema di Battisti, il brigatista? Ma anche singoli paesi della Toscana, ad esempio, hanno un patrimonio più ricco del Venezuela, e di molti altri stati dell'America Latina, cui potremmo proporre la gestione di un nostro patrimonio locale con relativi costi e parte del reddito. Perché non affidare, paradosso dei paradossi, alla Germania la gestione del Colosseo? E' dunque possibile mettere in concorrenza differenti paesi, popoli, individui facoltosi, e fare di quest'operazione uno strumento finanziario, ma anche renderla utile per promuovere la presenza nel mondo della cultura della nostra penisola. In questo modo potremmo anche favorire la promozione culturale di alcuni popoli che potrebbero passare, con il nostro aiuto, dalla periferia culturale del pianeta al suo centro. E a questo proposito penso, ad esempio, al Gabon o allo Zimbawe, che così sarebbero impegnati direttamente nel lavoro di tutela della cultura della terra. Alcuni anni or sono proposi a Sandro Bondi, allora ministro della cultura, quale consigliere (non retribuito!) del suo ministero, di trasformare (con un'adeguata legislazione) la Roma entro le mura aureliane nel più grande museo archeologico del pianeta. Questo anche perché ancora oggi gran parte della Roma repubblicana e imperiale di un tempo si trova notoriamente sottoterra. Fu ovviamente considerata una proposta paradossale, quasi come la presente, anch'essa probabilmente destinata a fmire nel nulla. Lasciamo dunque che Pompei cada a pezzi, che un immenso patrimonio dell'umanità intera continui a essere gestito, con pochi soldi, da una pattuglia di burocrati italiani -salvo alcune eccezioni mal pagati- mentre le offerte dei privati, di cui si parla anche in questi giorni, vengono clamorosamente contestate o respinte.