L'INCENDIO di Sant'Agostino alla Zecca è solo la punta di un iceberg fatto di tanti episodi che punteggiano la quotidiana agonia dei monumenti italiani, non solo a Napoli. L'amaro paradosso è nel fatto che questa volta è in nome di una tradizione, quella dei falò in onore di Sant'Antonio Abate, che è stata distrutta la porta laterale di Sant'Agostino alla Zecca, cioè il pezzo di un'altra tradizione: quella delle vestigia monumentali della città. Una tradizione contro l'altra, dunque: quella dei fuochi per il santo taumaturgo, guaritore della malattia della pelle per l'appunto detta «fuoco di Sant'Antonio», e quella dell'arte napoletana, che a Forcella ha subito tante di quelle spallate che ormai contarle è quasi impossibile. Sant'Agostino alla Zecca è un monumento sfortunato da oltre trent'anni. Conservo ancora quattro o cinque riggiole del pavimento settecentesco salvate da uno sfratto di demolizione durante uno dei tanti, incredibili «restauri» comminati alla chiesa dopo il terremoto del 1980. Come è implicito in quanto ha dichiarato Giancarlo Alisio al «Mattino», lo sfascio del tessuto monumentale avviene anche per il braccio di ferro fra due istituzioni sorde ai cambiamenti della storia, che si fronteggiano a colpi di veti. Da un lato la superficialità con cui il mondo laico spesso pensa di usare monumenti che sono pur sempre la storia della devozione cattolica oltre che opere d'arte; dall'altro le istituzioni ecclesiastiche, che da decenni a Napoli preferiscono la devastazione dei monumenti piuttosto che una loro gestione posta anche solo in parte al di fuori della loro destinazione devozionale. Non fanno notizia temi tecnici come il Concordato tra Stato e Chiesa sulla gestione del patrimonio ecclesiastico, la politica di conservazione dei monumenti alle prese con i tagli al bilancio del Ministero per i Beni culturali, il passaggio della tutela dal governo centrale agli enti locali o la funzione sempre più vana delle già deboli e inefficienti Soprintendenze, che però erano l'unico presidio sul territorio e che ora sono in ginocchio. E molti deridono il fatto che le Soprintendenze debbano tutelare anche il patrimonio «Demoetnoantropologico», come si legge nella loro denominazione recente. Ma il tema dei fuochi di Sant'Antonio rientra in quest'ambito. In passato la festa era una realtà gestita insieme dal clero e dai poteri locali. Oggi è solo un'orgia di pulsioni incontrollate, i cui protagonisti non sanno più nemmeno perché stanno accendendo i fuochi, e vivono solo un momento di sordida liberazione distruttiva. Poi c'è un vuoto culturale propriamente napoletano. A Verona, la collaborazione tra Diocesi, volontariato e istituzioni civili ha portato da anni all'apertura e alla visita controllata delle più importanti chiese della città. Non viene meno la funzione devozionale dei monumenti, ma si aprono spazi - e anche ricavi - alla fruizione culturale dei monumenti religiosi. Quando, tutto ciò, a Napoli?