Abbiamo salvato l'Italia grazie a leggi e decreti di natura economica e amministrativa ? Ne siamo sicuri? Sì, c'è stata una svolta nell'affrontare i temi dell'economia e dell'organizzazione. Ma la vita di un paese non è solo economia e organizzazione. C'è ben di più da "salvare". C'è qualcosa che, se non viene "salvato", non permette che si salvi nient'altro. Se non si salva la cultura, in Italia, resteranno appesi al nulla i bollettini che annunciano le performance della Borsa. E la parola Italia sarà solo aria, solo una parola retorica. Una cartolina del passato. Per vari motivi il tema del contributo che i cattolici danno alla vita politica è tornato spesso alla ribalta. La formazione del nuovo governo, i sommovimenti interni ai partiti, hanno dato occasione a penne di ogni genere di spargere inchiostri spesso color noia per tale dibattito. La discussione avviene in modo sovente parziale, prevedibile, a volte strumentale. Ho visto letture a tratti surreali. Invece c'è uno strano silenzio - rotto raramente per via di casi significativi - intorno al contributo che i cattolici stanno dando, e se lo fanno, alla cultura del paese. Una fede che non diventa cultura - cioè lettura critica ed estetica del reale - ripeteva Giovanni Paolo II e con lui Benedetto XVI, è fede morta. E sentimentalismo fugace. Pensare un contributo alla politica senza che ci sia un contributo alla cultura significa ridurre in modo grottesco il termine cattolico a un aggettivo in vista di disegni di schieramenti e potere. La cultura viene prima della politica, e non viceversa. Il fallimento di molte pur brave persone impegnate in ambito politico con la giacca di cattolico è dovuto spesso a un atroce, stupido scambio di ordine. Non a caso Benedetto XVI, con i suoi interventi sulla democrazia e sulla crisi, così come con quelli sulla bellezza e sull'arte, sta offrendo notevoli e coraggiosi contributi culturali. Ed è in virtù della loro forza e originalità che fa appello a una nuova generazione di cristiani che si impegnino pubblicamente. Che ora ci sia un ministro cattolico al Ministero dei Beni Culturali, il quale proviene dalla guida di una università che dichiara la sua visione cattolica, può essere segno dei tempi. E un'occasione da non perdere, per riflettere in modo più asciutto, essenziale e aperto su come si declini oggi tale contributo nelle tante difficoltà del presente. La questione non è per nulla "accademica". È gravissima, e lo ha compreso da tempo la Cei con il progetto culturale. L'Italia, senza cultura cattolica, sarebbe una pallida ombra di quel che è. Un fantasma, e non questa strana e unica presenza nel mondo che continua ad attrarre e a parlare a tutti una lingua di bellezza drammatica e affascinante. Si è parlato di "salvare" l'Italia economicamente, dunque, ma la nostra salvezza passa almeno altrettanto dalla capacità di affrontare la crisi culturale, che nel Paese è più grave. Invecchiamento, incertezza, relativismo paralizzante sono malattie culturali che mettono a rischio l'Italia di più delle tempeste di questa guerra finanziaria in corso. La guerra "culturale" non è diversa, né meno aspra di quella finanziaria. In questi giorni le ricorrenze e la memoria di alcuni autori cattolici (da Bo a Turoldo), nonostante un certo imbarazzante silenzio dei media laici, segnalano come le linfe dello sguardo cristiano sono state varie, fertili e capaci di cultura. Segno ne è pure la pubblicazione ventura, presso un editore di primissimo piano, delle poesie di Giovanni Testori. Così come la prossima presentazione del volume nato dall'incontro tra il Papa e alcuni di noi artisti. La fede sa mettere a fuoco davvero lo sguardo con cui si legge dentro la realtà. Occorre discutere e rinnovare questo genere di contributo, più ancora di quanto si fa a riguardo della politica.