Otto hanno chiuso i battenti Le antiche cronache tramandano che il 3 gennaio 1117 un terremoto terrificante quanto un castigo biblico sconvolse la Pianura Padana. La terra si aprì in voragini. Occhi atterriti videro le acque del Po sollevarsi a forma di volta e ripiombare a inghiottire la terra. A Cremona il duomo venne distrutto e le macerie imprigionarono le reliquie di Sant'Imerio, dimentico quel giorno del suo ruolo di protettore. Corsi e ricorsi, per fortuna con più moderazione. Senza provocare scenari apocalittici il terremoto, compagno di viaggio nei secoli, ha bussato due volte alle porte padane dimostrando di preferire quelle delle chiese. Sono quarantacinque quelle della diocesi di Cremona (alcune in territorio mantovano) uscite lesionate e otto hanno dovuto chiudere il loro solenni portoni per le ordinanze dei sindaci: il duomo di Casalmaggiore, le chiese di Casteldidone, Gussola, Cogozzo, Cicognara, a Viadana la parrocchiale di San Pietro, a Sabbionetta la chiesa del Carmine e quella nella frazione Villa Pasquali. Monsignor Achille Bonazzi è responsabile dei beni culturali e architettonici per la diocesi, docente di mineralogia e petrografia, professore al dipartimento di scienze della terra all'università di Parma. Trascorre i suoi pomeriggi in continuo movimento a visitare chiese ferite, discorrere con parroci, annotare, relazionare. «L'entità dei danni - dice di fretta, fra una riunione e l'altra - deve essere ancora accertata. Si dovrà vedere in base ai sopralluoghi e alle relazioni dei tecnici. Oltre alle cadute di materiali ci sono stati danni particolari, come a San Pietro a Viadana dove si sono stonate le canne dell'organo. Il confronto con la Soprintendenza di Brescia e con la direzione regionale dei beni culturali è continuo. La collaborazione è ottima. Meraviglia che i mezzi di informazione abbiano detto che non era successo niente». L'elenco dei danni è invece da bollettino di guerra (santa, in questo caso). A Cremona il sisma di mercoledì mattina e quello in replica del pomeriggio di venerdì hanno colpito a San Sigismondo, Santa Lucia e San Vincenzo. Nella prima è rimasta lesionata la parte verso il monastero di clausura. Una grossa fessura ha ferito la facciata di Santa Lucia, la chiesa dove sarebbe stato servito per la prima volta il torrone, ad addolcire le nozze di Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza. A San Vincenzo è crollato una parte del cornicione. Si temono nuovi cedimento nella parrocchiale di Gussola. Nella chiesa Vecchia di Scandolara preoccupa la campata d'ingresso. A Cogozzo la statua del patrono San Filippo è precipitata dalla sommità della facciata, mentre San Giacomo ha tenuto la posizione. Crepe si sono aperte nella volta. Nella chiesa di San Pietro a Viadana, la più antica, oltre all'organo ridotto all'afasia, cadute di calcinacci e vetri scheggiati. Danneggiate le chiese della Santissima Trinità a San Giovanni in Croce (il paese della Dama con l'ermellino leonardesca), Motta Baluffi, Torricella del Pizzo, Solarolo Monasterolo, San Lorenzo Aroldo. Monsignor Alberto Franzini infila una chiave antica nella toppa e richiude il portone del duomo di Casalmaggiore. La cattedrale intitolata a Santo Stefano è a rischio, le funzioni vengono celebrate nella chiesa di San Francesco. «Sono caduti - spiega il parroco - pezzi di di intonaco e nella navata di destra si è allargata una crepa che già esisteva. Dall'arcata sopra il presbiterio si sono staccate anche delle pietre. Roba da fare male se avessero colpito qualcuno. Domani verranno sistemati dei sensori per monitorare le fratture». Questo terremoto non sarà facile da dimenticare.