Cosa prevede la legge. Il nuovo incentivo per aiutare l'arte e lo spettacolo arriva nel 2000, con l'articolo 38 della legge 342. La norma prevede che le erogazioni liberali in denaro a favore dello Stato, delle Regioni, degli enti locali, di enti o istituzioni pubbliche, di fondazioni e associazioni legalmente riconosciute siano deducibili dal reddito di impresa. Il ministero dei Beni culturali chiarisce, con un successivo decreto dell'aprile 2001, quali sono i beneficiari dei contributi e spiega il meccanismo delle erogazioni. Già l'articolo 38, infatti, aveva previsto un tetto per gli aiuti, stabilito in 139,4 milioni di euro complessivi all'anno. Quel tetto si applica ai beneficiari delle erogazioni: se lo si Si attende il regolamento che dovrebbe chiarire il ruolo dei privati nella gestione dei monumenti: se lo si supera, il 37 dell'eccedenza va restituito allo Stato. E qui sta una delle difficoltà applicative della norma. Niente limiti, invece, per i Mecenate, che possono versare quanto desiderano. Con un decreto del 2002, i Beni culturali hanno perfezionato l'impianto degli aiuti. È stato, tra l'altro, previsto che il beneficiario delle erogazioni possa formulare pubblico ringraziamento nei confronti di chi ha effettuato il finanziamento. In altre parole, chi riceve i contributi può "fare pubblicità" a chi li ha versati. Una correzione importante, perché altrimenti i Mecenate dovevano rimanere nell'ombra, pena il rischio di configurare le erogazioni come sponsorizzazioni, che sono soggette a un altro regime fiscale. II sistema introdotto dall'artìcolo 38 non è, però, l'unico in favore della cultura. Il Testo unico delle imposte sui redditi già prevedeva (e prevede) altre forme di agevolazioni fiscali per chi aiuta l'arte e lo spettacolo. Si tratta di incentivi sia alle imprese ma che riguardano campi di intervento differenti (per esempio, acquisto, protezione e restauro di opere d'arte o organizzazione di mostre) e percentuali di sconto minori sia i privati cittadini. In quest'ultimo caso, l'articolo 13-bis del Testo unico prevede che si possa detrarre dalle imposte il 19 delle somme versate in favore di interventi nel campo culturale. Nel 2001 furono 308 gli imprenditori, grandi e piccoli, che decisero di mettere mano al portafoglio per elargire un contributo a sostegno della cultura. Quel gesto diede un po' di ossigeno alle casse di enti, associazioni, fondazioni. Si misero insieme 16,5 milioni di euro. Un risultato difficile da valutare, perché l'operazione scaturiva dall'applicazione di una nuova norma, che consentiva la deduzione totale dal reddito di impresa delle somme erogate Si trattava, dunque, della prima volta. Ma soprattutto la raccolta dei contributi (altrimenti dette erogazioni liberali) era avvenuta negli ultimi due mesi del 2001. Prima non era stato possibile perché il puzzle legislativo non era completo. La cartina di tornasole. Per valutare se i nuovi incentivi fiscali a favore dell'arte e dello spettacolo funzionano davvero si doveva, dunque, aspettare il 2002. Con un intero anno a disposizione il bilancio si sarebbe prestato a un esame ben più esaustivo. Capire quanto i privati in questo caso le imprese possono dare, dietro la prospettiva di uno sconto fiscale, alla cultura, diventa importante soprattutto in un momento come questo. Seppure tra polemiche, spesso molto aspre, il ruolo dei soggetti esterni nell'organizzazione e gestione dei beni culturali è sempre più evocato. Si attende, tra l'altro, un regolamento del ministero dei Beni culturali che dovrebbe chiarire quale compito il futuro affida ai privati nel campo culturale. Le aspettative sono, invece, andate incontro a una delusione: nel 2002 le imprese hanno aiutato l'arte e lo spettacolo con poco più di 14 milioni di euro. Se si guarda il dettaglio delle erogazioni, si scopre, poi, che più della metà dei contributi sono arrivati dalla Lombardia, che ha messo insieme 8,3 milioni di euro. Rimasti quasi tutti nella Regione. Non sempre, però, è così. È il caso del Lazio, dove le erogazioni sono state 2,4 milioni di euro, ma agli enti laziali sono arrivati 1,6 milioni. Questo significa e la situazione si è verificata anche in altre realtà che alcuni imprenditori del Lazio hanno dirottato il contributo verso associazioni di altre Regioni. Il peso della Lombardia si fa sentire anche nella distribuzione territoriale dei contributi: il 73,3 sono stati raccolti al Nord, il 20 al Centro e il 6,7 al Sud. C'è, però, da registrare l'assenza di sole due Regioni (la Valle d'Aosta e il Molise) mentre nel 2001 erano quattro (c'erano anche la Sardegna e la Calabria) le realtà che non avevano ricevuto aiuti. Tra arte e spettacolo. Le attività teatrali e dello spettacolo in genere hanno ricevuto più contributi rispetto a quelle legate ai beni culturali: 8,9 milioni di euro contro poco più di 5. Al Centro, però, ci si è avvicinati al pareggio tra i due settori: 1,3 milioni di euro allo spettacolo e 1,1 all'arte. Al Nord, invece, il rapporto è decisamente favorevole alle attività dello spettacolo, che possono contare su Ì7,l milioni di euro, mentre i beni culturali si devonoaccontentare di 3,8 milioni. I Mecenate. Nel 2001 i finanziatori della cultura erano piuttosto assortiti: dal supermercato alla grande banca. Ovviamente, con importi ben differenti. Nel 2002 la scena si ripete: si va dai tre milioni di euro versati al Teatro alla Scala di Milano da Aem, Intesa Bci, Sea (ognuno ha contribuito con un milione di euro), ai 150 euro piovuti nelle casse dell'Archeoclub di Bari. I perché dell'insuccesso. Se si pensa che, per evitare buchi di gettito, erano stati stanziati 90,3 milioni di euro a copertura del mancato introito delle tasse non versate dai Mecenate, si capisce che le aspettative erano ben al di sopra dei poco più dei 14 milioni di euro raccolti. I tecnici del ministero dei Beni culturali stanno valutando il perché non ci sia stata l'attesa risposta. «Sicuramente spiega Anna Maria Buzzi, direttore del servizio Affari generali e amministrativi, che ha seguito tutta l'operazione "erogazioni liberali" la normativa è ancora poco conosciuta. O meglio, molte imprese sanno dell'esistenza di queste agevolazioni, ma non nel dettaglio. E questo è un problema soprattutto delle piccole aziende. C'è, comunque, da considerare che i principali sostenitori della cultura sono i privati cittadini. Negli Stati Uniti, dove esiste una normativa simile alla nostra sulle erogazioni liberali, nel 2001 le imprese hanno versato a favore dell'arte 9,05 miliardi di dollari, mentre i privati cittadini hanno contribuito con 160 miliardi di dollari. La sproporzione è evidente». Per questo al ministero dei Beni culturali stanno valutando di estendere alle persone fisiche lo sconto fiscale ora previsto per le imprese. Di attivare, cioè, forme di micromecenatismo. «In questo modo sottolinea Buzzi si avrebbe una raccolta di fondi più consistente e, soprattutto, i contributi resterebbero nel territorio. Un privato cittadino ha, infatti, tutto l'interesse a finanziare il teatro o il museo della propria città, anche se quella struttura non è famosa. È, però, il luogo dove lui va a vedere gli spettacoli o le mostre. Si tratta di verificare se l'amministrazione finanziaria riterrà compatibile questa modifica normativa con le esigenze erariali. Si potrebbero, però, utilizzare i soldi già stanziati, e non utilizzati, per coprire il mancato gettito delle erogazioni».