Il patrimonio del Duomo rischia d'esser gestito da un cinico marketing, mentre nel restauro del pavimento le bandiere diventano giraffe «Quanti, col piè fangoso, nulla curanti calpestano il bellissimo pavimento della chiesa cattedrale di Siena? Egli è tutto a gran lastre di fino marmo bianco istoriate con tratti di scarpello in semplici linee piane che sol descrivono i corpi. Ma l'opera è d'eccellente lavoro». Quando, nel 1660, scriveva Daniello Bartoli, quel famoso pavimento era già antico: se ancora oggi possiamo goderne è merito dell'Opera della Metropolitana di Siena, fossile vivente che da quasi ottocentocinquant'anni tramanda il gran corpo del Duomo, sede dell'arcivescovo metropolita. Oggi, tuttavia, nubi tempestose si affollano sul destino di quella gloriosa istituzione: dove non hanno potuto la Peste Nera, la caduta di Siena e la dominazione medicea potrebbe riuscire il cinico marketing del patrimonio artistico. Una recentissima interrogazione parlamentare della deputata PD Susanna Cenni rivela che l'Opera (una onlus con un volume d'affari annuo di sei milioni di euro) ha ceduto un ramo d'azienda (quello che si occupa di accoglienza, marketing e tenetevi forte iniziative culturali), con ben dodici dipendenti (i quali hanno fatto ricorso, impugnando la cessione), ad una società privata con fini di lucro: Opera Laboratori Fiorentini, una controllata di Civita. La cessione è avvenuta per un prezzo incredibilmente esiguo (42.000 euro) e, contemporaneamente, l'Opera Metropolitana ha appaltato ad Opera Laboratori quelle stesse funzioni. L'interrogante chiede al ministro degli Interni (il quale, attraverso il prefetto di Siena, nomina i vertici dell'Opera) se questa singolare operazione non finisca per modificare occultamente la natura dell'ente, da onlus a normale azienda, rischiando inoltre «di mettere in discussione la centralità degli enti cittadini nella gestione del proprio patrimonio culturale, diminuendo attività e prestigio di una delle più antiche istituzioni italiane ed europee». E i dubbi sono più che fondati, visto che Opera Laboratori Fiorentini è uno dei pilastri del discutibile sistema del Polo Museale di Firenze così come è stato costruito da Antonio Paolucci ed ereditato da Cristina Acidini. Basti dire che pochi giorni fa un giornalista del «Giornale della Toscana» ha annunciato di esser stato assunto come addetto stampa dell'Acidini, specificando che il suo stipendio sarà pagato proprio da Opera: così quest'ultima parteciperà a gare (per mostre, gestioni museali e servizi aggiuntivi) in cui dovrà esser selezionata dalla soprintendente a cui paga il portavoce, in un monumentale conflitto di interessi. E colpisce che lo spirito felicemente municipalista di Siena si sia sgretolato fino ad appaltare a maneggi fiorentini nientemeno che il Duomo, monumento civico e identitario non meno che religioso. Sarà il ministro dell'Interno, e poi forse la magistratura, a dirci se è in corso una mutazione genetica dell'Opera del Duomo. Ma anche se come speriamo non ci saranno implicazioni fiscali o penali, esiste un colossale problema culturale. L'Opera è un bene comune per eccellenza, chiamato da secoli a fare solo e soltanto gli interessi della collettività, cioè del popolo di Siena: come si concilia con questa storia l'idea di appaltare, e addirittura cedere, le sue iniziative culturali ad una società privata con fini di lucro? Alcune conseguenze di questa mutazione investono già il patrimonio artistico. Da anni, gli interventi di restauro e di manutenzione nella Cattedrale sfuggono sistematicamente al controllo e al vaglio della Soprintendenza (specie da quando questa è retta da Mario Scalini, uscito proprio dal vivaio del Polo museale fiorentino), con la conseguenza che opere di artisti come Nicola Pisano, Michelangelo o Bernini sono oggetto di restauri ispirati più al marketing che non a ragioni di conservazione o conoscenza. Ma il punto più basso si è forse toccato con il restauro del famoso pavimento, dove gli scalpellini vanno manipolando le forme, trasformando arbitrariamente vessilli in teste di giraffa, e serpenti in lombrichi. Così, la metafora barocca del padre Bartoli è ormai realtà: «Quanti, col piè fangoso, calpestano il bellissimo pavimento della chiesa cattedrale di Siena?». Possibile che nella colta e orgogliosa Siena nessuno voglia fermare quei piedi fangosi?