Un'intera ala del nostro convento va a pezzi. E per noi è impossibile ristrutturarla. Abbiamo bisogno di aiuto. Provvediamo con difficoltà alla manutenzione ordinaria, quella straordinaria è impensabile per le nostre risorse». Non è nuovo l'appello lanciato dai frati minori francescani del monastero di Santa Chiara a Napoli. Già l'anno scorso chiesero aiuto, ci fu una serata benefica a Milano, ma il ricavato, minimo, è stato una goccia nel mare delle spese necessarie per la chiesa e il convento. Le stanze dei frati sono al primo piano dell'imponente edificio di forma quadrangolare. Uffici, archivi, dormitorio occupano tre lati, il quarto, a sud, è inagibile dal terremoto del 1980. «Una volta era la zona più importante. Qui abitavano le clarisse, c'è l'antica stanza della badessa, preziosi soffitti a cassettoni. Testimonianze della ricchezza del monastero nel Settecento», spiega fra Agostino Esposito, ministro provinciale. «Il monastero di Santa Chiara appartiene al Fec, Fondo edifici di culto del ministero dell'Interno. Fino a 4 anni fa non pagavamo nulla, adesso il Fec ci ha chiesto un contributo annuo». Possibile che un luogo così bello possa essere consumato dal tempo? Eppure ne ha superate di sventure. La chiesa fu distrutta dai bombardamenti del 1943 e ricostruita nella semplicità originaria del '300, che era stata coperta dallo sfarzo della veste barocca. Nel 1953 il complesso fu riaperto ai fedeli e a un sempre più numeroso flusso di turisti affascinati dall'unicità del suo chiostro, realizzato da Domenico Antonio Vaccaro a metà del '700, quando Santa Chiara era il monastero più ricco di Napoli. Due ampi viali si incrociano al centro del giardino. Ai lati, 72 pilastri ottagonali separano i sedili, ricoperti come le colonne da maioliche con scene agresti, marinare, mitologiche dipinte in verde, giallo, arancione, sulla base di un azzurro sfumato. Un'oasi di pace e serenità. Dove, però, il flusso di visitatori diminuisce. «Siamo nel centro storico chiuso al traffico e i grandi autobus pieni di turisti non arrivano più. Il calo di presenze determinato dal degrado cittadino ha fatto il resto. Neanche i matrimoni sono una risorsa: da una media di 200 all'anno siamo scesi a circa 60. Per indicazione pastorale l'offerta deve essere bassa (meno di 250 euro). Ma luci, guida, inginocchiatoi ci costano molto di più. È un Sacramento, per gli sposi della parrocchia è giusto così, ma per quelli che vengono da fuori, che scelgono il prestigio della nostra chiesa e talvolta spendono migliaia di euro per i fiori, potrebbe essere diverso», prosegue fra Salvatore Vilardi, segretario provinciale e guardiano di Santa Chiara. «Abbiamo rifatto il rosone e un angolo dell'edificio a nostre spese. La Provincia francescana sostiene i frati giovani, che studiano da noi. Ma non basta, occorrono finanziamenti importanti. Noi chiediamo a chi interverrà di tener conto della presenza della comunità francescana. L'ala che bisogna mettere a posto fa parte integrante del nostro convento. Ci sono stati proposti interventi che comportano la presenza di estranei nei nostri spazi. Ma non va bene. Noi siamo religiosi, non possiamo diventare come belle statuine in un museo». I frati testimoniano secoli di atmosfere, spiritualità. Che vanno difesi, per non tornare indietro, per non dover rimpiangere Napoli "com'era". Una malinconia che nel dopoguerra ispirò la celebre canzone dedicata al monastero: »Tengo 'o core scuro scuro. Ma pecché, pecché ogne sera, penzo a Napule comm'era, penzo a Napule comm'e».