Salvatore Settis, paladino del paesaggio, scuote la Valpolicella nella notte del terremoto «Non è il cemento a battere la crisi». Sono la lingua e il paesaggio ad aver fatto dell'Italia una nazione. Il «Bel Paese là dove 'l sì suona»: è la carta d'identità rilasciata da Dante Alighieri, l'inventore della nostra lingua. Oggi siamo spaesati: privati dell'orizzonte, di quel Bel Paese, devastato e imbruttito. «Ogni giorno cementifichiamo 161 ettari di territorio agricolo, un triste primato dell'Italia». Parola di Salvatore Settis, che viene a parlarne proprio in casa Alighieri: da Pier Alvise Serego Alighieri, discendente del Sommo Poeta. Vive in Valpolicella, un angolo del Veronese che rivaleggiava in bellezza con il Chianti, altra terra di grandi vini. Oggi qui quasi tutto è negrarizzato, neologismo urbanistico da Negrar, uno dei cinque Comuni di un territorio agricolo consegnatosi alla speculazione edilizia. Settis era il candidato naturale come ministro per i Beni Culturali di un governo tecnico. Non gli manca il curriculum: archeologo, storico dell'arte, è stato direttore del Getty Center e poi della Scuola Normale di Pisa, presidente del Consiglio superiore dei Beni Culturali fino all'avvento del berlusconiano Bondi. Ma ha il senso dell'umorismo per vantarsi solo che, quando stava a Santa Monica, Los Angeles, abitava «nell'ex casa di Spencer Tracy, proprio lui: recapitavano ancora il National Geografic a suo nome». In Valpolicella viene a parlare del suo saggio Paesaggio, Costituzione, cemento (Einaudi, 326 pagine, 19 euro): una scossa alla coscienza civica assopita, e proprio nella notte in cui questa terra è scossa da un terremoto. Sisma forza Settis. Se fosse ministro... «Farei anche l'usciere, se servisse. Non aspiravo al posto di ministro. Monti il mio numero ce l'aveva. Io lo stimo e l'apprezzo. Se si è preso questa grana sesquipedale, è perché è un ottimo cittadino». Ma se l'avessero chiamata al governo, quale sarebbe stata la sua prima mossa? «L'ho scritto: unificare i ministeri dei Beni Culturali e dell'Ambiente. La separazione è una delle ragioni per cui non si riesce a fare nulla. Sarebbe stato un segnale fortissimo, tra l'altro, in un momento di crisi, risparmiare un ministero. Non so perché non l'hanno fatto, forse non ci hanno pensato». Per districarsi nell'intrico che avviluppa i beni culturali servono doti da filologo, archeologo e perfino da teologo; nelle leggi italiane appare una trinità, la stessa cosa chiamata in tre modi diversi: c'è il paesaggio (che risulta tutelato dalla Costituzione, articolo 9, principi fondamentali: «La Repubblica tutela il paesaggio»); c'è territorio, che è invece affidato alle Regioni; c'è infine l'ambiente, che compete non si sa bene a chi. In casa Alighieri echeggia ancora Dante: «le leggi son, ma chi pon mano ad esse?» Eppure l'Italia, secoli prima di diventare Stato unitario, vantava un primato nella propria bellezza e nella capacità di difenderla. Nel 1574 papa Gregorio (quello del calendario che tuttora usiamo) diffidava perfino i suoi cardinali dal sopraelevare e manomettere gli edifici in Roma: «Ciò che è pubblico deve essere bello e l'interesse privato deve soggiacere a quello pubblico». Non avrebbe assolto i tre condoni edilizi, né il piano casa berlusconiano. «E non aveva la tessera del partito comunista», ironizza Settis. Il principio della publica utilitas, l'interesse pubblico, era tutelato già nei Comuni medievali (con gli Uffiziali dell'Ornato, magistratura veronese dal 1276) e passa attraverso le epoche, fino alla nascita delle Soprintendenze e alle leggi a tutela del paesaggio firmate da Benedetto Croce e dal ministro Bottai e infine alla Costituzione della Repubblica. Da questa tradizione alla vulgata berlusconiana, «padroni in casa nostra». Tuona Settis ed evoca il terremoto: «Il piano casa è illegale. La legge nazionale non si è fatta mai: aboliva i controlli antisismici, e tre giorni dopo l'annuncio ci fu il sisma dell'Aquila. Le leggi regionali emanate sono quindi illegali, il governo dovrebbe impugnarle». Gli effetti? «In Sicilia quello che era abusivismo ora è piano casa. Spero che non diventi l'andazzo nel resto del Paese e che si ritorni alla gerarchia che vuole le leggi sottoposte alla Costituzione». MOSSA anticrisi, così ce l'avevano presentata. Ma per Settis è catastrofico illudersi di vincere la recessione confidando nel mattone. Eppure «quand le bàtiment va, tout va», dicono i francesi. «Male bàtiment, come la Costa Concordia, qui finirà sullo scoglio». Spiegazione del gioco lessicale (bàtiment significa edilizia ma anche bastimento): «La crisi mondiale nasce perché in America si costruiva troppo, la bolla immobiliare è scoppiata. E noi pensiamo di uscire dalla crisi innescando una nostra più piccola bolla immobiliare? Cos'è, una cura omeopatica? Ho letto un articolo sull'Italia, a Washington, che mi ha fatto vergognare, perché diceva il vero: in Italia se un giovane va a chiedere soldi per un'idea industriale originale, come fecero Steve Jobs o gli inventori di Facebook, le banche glieli negano. Ma se chiede gli stessi soldi per cementificare una spiaggia, li avrà. Dalla crisi si esce con l'innovazione. E invece... Guardate destra e sinistra. Concordia», e torna il nome dell'infausto bastimento, «nel tagliare i finanziamenti per la ricerca...» Fino all'ultimo dopoguerra l'Italia era il bel Paese perché tutti da Michelangelo all'ultimo capomastro analfabeta facevano bene, costruivano secondo il rispetto di quel codice di pubblica utilità. Poi, «in conseguenza di una cosa positiva, la fine della povertà», è arrivata la cementificazione. Bernard Barenson, il grande critico d'arte inglese, fiorentino adottivo, l'aveva profetizzato; «L'Italia resterà bella finché sarà miserabile». Ma la bellezza non è cosa solo da signori, è un diritto del popolo, è democrazia: lo diceva John Ruskin, il vittoriano che ispirò Gandhi e il nascente laburismo. Oggi lo ribadisce un economista come Amartya Sen: uccide anche la bruttezza. «L'inquinamento paesaggistico ci rende infelici, meno fieri di noi, anche meno produttivi», riassume Settis. Allora, che fare? «Ritorniamo alla storia. Nei momenti di crisi, ricordiamoci di chi siamo. Nessun partito fa del paesaggio la sua battaglia? I cittadini rivendichino la loro sovranità. Comportiamoci come se fosse nella Costituzione quel diritto che Dossetti voleva includervi: il diritto alla resistenza».